Trieste, esposto in questura sul caso Lucia: Cappato e volontari si assumono la responsabilità dell’accompagnamento
La morte dell’80enne in Svizzera riapre in Friuli Venezia Giulia il confronto sui tempi delle procedure sanitarie per il fine vita.
La vicenda di Lucia torna al centro del dibattito regionale sul fine vita con un passaggio destinato a pesare anche sul piano giudiziario. A Trieste, Marco Cappato, Filomena Gallo e alcuni attivisti che hanno seguito l’80enne nel trasferimento in Svizzera hanno depositato un’autodenuncia dopo la morte della donna, avvenuta il 3 giugno in una struttura estera.
L’iniziativa, promossa dall’associazione Luca Coscioni insieme a volontari di Soccorso civile, punta a far valutare non solo l’aiuto prestato nel viaggio finale, ma anche quanto accaduto prima, nel percorso sanitario avviato in Friuli Venezia Giulia e rimasto senza un esito utile per la paziente.
Il caso che riapre il confronto in regione
La storia di Lucia, residente a Trieste, si inserisce in una discussione già aperta da tempo nel territorio regionale. Il punto contestato riguarda soprattutto i tempi con cui vengono esaminate le richieste di chi chiede di verificare i requisiti previsti dalla giurisprudenza costituzionale per accedere alla morte volontaria assistita in Italia.
La nuova vicenda arriva inoltre dopo un precedente che aveva già coinvolto il capoluogo giuliano, riportando l’attenzione sulle difficoltà incontrate dai malati che chiedono una risposta dal sistema sanitario e sulle conseguenze concrete di iter ritenuti troppo lunghi.
La richiesta all’Asugi e il percorso rimasto senza risposta definitiva
Lucia aveva 80 anni ed era affetta da una rara malattia neurodegenerativa. Nell’agosto 2025 si era rivolta ad Asugi per ottenere la verifica delle condizioni necessarie ad accedere, anche in Italia, alla procedura collegata alla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale.
Una prima valutazione aveva dato esito negativo. Successivamente era stata aperta una nuova fase di esame, che però non si sarebbe chiusa con un via libera o con una decisione finale in tempi compatibili con le condizioni della donna. Da qui la scelta di recarsi all’estero.
L’esposto presentato a Trieste
Davanti agli uffici della polizia del capoluogo si sono quindi presentati Cappato, Gallo e i volontari coinvolti nell’accompagnamento. Con questo atto hanno chiesto che la magistratura esamini i fatti legati all’assistenza fornita a Lucia e, parallelamente, valuti eventuali profili di responsabilità riferiti al mancato accesso alla procedura nel nostro Paese.
Tra le persone che hanno preso parte all’iniziativa ci sono attivisti di Soccorso civile, realtà impegnata in azioni di disobbedienza civile sui temi del fine vita. Secondo quanto riferito da chi era con lei, la donna avrebbe affrontato il trasferimento in una condizione di sofferenza molto pesante, pur conservando lucidità in diversi momenti del tragitto.
Che cosa può accadere adesso
Il deposito dell’autodenuncia potrebbe ora aprire un nuovo passaggio davanti alla Procura, chiamata a esaminare sia l’aiuto concreto dato dagli attivisti, sia il percorso amministrativo e sanitario seguito nel caso di Lucia. Il nodo, ancora una volta, riguarda l’assenza di tempi certi e di un quadro normativo nazionale capace di evitare percorsi controversi.
Per il Friuli Venezia Giulia il caso assume un rilievo particolare, perché riporta il confronto su un terreno molto concreto: quello delle risposte che le strutture sanitarie riescono a dare a pazienti e famiglie. La vicenda triestina, oltre al risvolto giudiziario, riaccende così una discussione destinata a proseguire ben oltre i confini cittadini.