Trieste, dopo il rogo nel Porto Vecchio Rojc punta il dito su accoglienza e sicurezza
La senatrice del Pd interviene dopo la morte di due persone in un magazzino dismesso: al centro il tema dei ripari di fortuna e delle responsabilità istituzionali.
La morte di due giovani in un edificio abbandonato del Porto Vecchio riporta al centro, a Trieste e in tutto il Friuli Venezia Giulia, il nodo delle persone che vivono ai margini senza un luogo sicuro dove fermarsi. Dopo l’incendio nel magazzino dismesso, la senatrice Tatjana Rojc ha affidato a una dura presa di posizione la sua lettura della tragedia.
Per l’esponente del Partito democratico, non basta attendere l’esito delle verifiche su quanto accaduto: la vicenda, sostiene, chiama in causa scelte politiche e risposte che da tempo la città fatica a dare a chi resta senza riparo.
Il richiamo alle segnalazioni rimaste senza risposta
Rojc parla di morti che, a suo giudizio, avrebbero potuto forse essere evitate. Nel suo intervento richiama gli appelli arrivati negli ultimi mesi da più parti del territorio, compresa la voce del vescovo, su una condizione di grave fragilità che riguarda persone lasciate sole.
Il riferimento, sottolinea la senatrice, non riguarda soltanto i migranti. Il problema investe più in generale chi si trova in una situazione estrema e cerca ogni giorno un posto dove dormire o un modo per difendersi dal freddo e dalla pioggia.
Dentro questa cornice, il rogo del Porto Vecchio viene letto come il punto più drammatico di un disagio già visibile, non come un episodio isolato emerso all’improvviso.
La critica: non bastano sgomberi e interventi simbolici
Nella sua analisi, Rojc contesta il comportamento delle istituzioni verso chi vive in strada o in sistemazioni di fortuna. Secondo la parlamentare, ci si mostra poco attenti alla sopravvivenza quotidiana di queste persone, salvo poi reagire quando cercano rifugio in spazi precari e pericolosi.
La senatrice mette anche in discussione il metodo adottato finora, definendo insufficienti gli interventi che si limitano a sgomberi saltuari senza affrontare il problema alla radice. Per Rojc, un approccio di questo tipo non risolve l’emergenza sociale e non impedisce che situazioni simili si ripetano.
Il tema torna d’attualità proprio mentre si avvicinano i mesi più rigidi, quando per chi non ha una casa trovare un luogo chiuso e riparato diventa una necessità immediata, non rinviabile.
La domanda politica rivolta ai diversi livelli istituzionali
Nel suo ragionamento, abbandono e marginalità non producono solo sofferenza sociale, ma finiscono anche per alimentare contesti favorevoli a sfruttamento e illegalità. Per questo Rojc lega il tema dell’assistenza a quello, più ampio, della sicurezza pubblica.
Da qui la domanda rivolta al Viminale, al Comune di Trieste e alla Regione: quale idea di sicurezza si sta costruendo, se persone vulnerabili vengono lasciate in condizioni tanto estreme? È su questo punto che la senatrice concentra la parte più netta del suo intervento, chiedendo risposte che vadano oltre la gestione dell’emergenza.
Mentre la città attende che venga chiarita con precisione la dinamica dell’incendio, il caso riapre così un confronto che in Friuli Venezia Giulia tocca insieme cronaca, accoglienza e responsabilità delle istituzioni.