Vino, il Friuli guarda al bivio del settore: export giù, ma gli spumanti restano più solidi

Il 2026 si apre con vendite estere in calo e cantine piene. Nel confronto tra associazioni pesa anche la tenuta del Prosecco sui mercati stranieri.

28 luglio 2026 20:37
Vino, il Friuli guarda al bivio del settore: export giù, ma gli spumanti restano più solidi -
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Per un territorio come il Friuli, dove la viticoltura ha un ruolo economico e identitario rilevante, i segnali che arrivano dal mercato del vino meritano attenzione. L’inizio del 2026 conferma una fase più difficile per il comparto nazionale: rallentano le esportazioni, si riduce la spinta dei consumi e aumentano le giacenze, mentre tra le principali organizzazioni di settore si apre un confronto netto su come intervenire.

Il quadro generale non è uniforme. Accanto a denominazioni che soffrono di più, c’è infatti il segmento degli spumanti, e in particolare il Prosecco, che continua a mostrare una capacità di tenuta superiore. Un elemento che interessa da vicino anche il Nordest, sia per gli equilibri commerciali sia per gli effetti che eventuali scelte nazionali potrebbero avere sulle aree produttive più dinamiche.

Numeri che segnalano un cambio di fase

I dati diffusi dall’Osservatorio Uiv descrivono un avvio d’anno complicato. Nel primo trimestre del 2026 le spedizioni all’estero del vino italiano hanno registrato un -4% nei volumi e un -8,3% in valore. Anche sul mercato interno la distribuzione moderna ha mostrato un passo più debole, con vendite in flessione del 2% nei primi cinque mesi.

A pesare è anche il livello delle scorte: vino e mosti oltrepassano i 53 milioni di ettolitri, soglia che non si vedeva da tempo. In questa situazione cresce pure il ricorso ai declassamenti da Dop e Igp verso categorie inferiori, con una perdita di valore stimata in 516 milioni di euro.

Lo scenario internazionale, intanto, resta selettivo. Inflazione, abitudini di consumo cambiate e maggiore attenzione al benessere stanno comprimendo la domanda in molti mercati. A questo si aggiunge la frenata degli Stati Uniti, primo sbocco estero del vino italiano, dove al calo dei consumi si sommano l’incertezza legata ai dazi e un dollaro meno favorevole.

Due ricette diverse per affrontare la crisi

Il punto di partenza è condiviso: il settore sta attraversando una fase delicata. Divergono però le risposte proposte dalle associazioni sedute al tavolo del Ministero dell’Agricoltura.

Unione Italiana Vini, con il presidente Lamberto Frescobaldi, ritiene che il nodo principale sia l’eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda mondiale. In questa lettura, la pressione dell’offerta finirebbe per abbassare i prezzi e indebolire l’intera filiera. Per questo Uiv propone uno stop biennale alle autorizzazioni per nuovi vigneti, una riduzione delle rese anche nelle produzioni Dop e Igp, più controlli sullo schedario viticolo e il mantenimento delle risorse destinate a innovazione, investimenti e promozione, senza finanziare gli espianti tramite Ocm.

Federvini, guidata da Piero Mastroberardino, sostiene invece che limitare oggi i nuovi impianti produrrebbe effetti soltanto nel medio periodo e potrebbe frenare proprio le aziende più reattive sui mercati. La linea indicata dall’associazione punta quindi su promozione, comunicazione e investimenti per rafforzare la domanda e migliorare il posizionamento del vino italiano all’estero.

Il caso Prosecco e la tenuta degli spumanti

Dentro un contesto più fragile, il Prosecco continua a rappresentare un’eccezione rilevante. Nel 2025 la Doc Prosecco ha superato quota 660 milioni di bottiglie certificate e più dell’80% della produzione ha preso la strada dei mercati esteri. Regno Unito, Stati Uniti e Germania restano le destinazioni principali.

La denominazione beneficia di una collocazione commerciale riconoscibile nella fascia premium accessibile e continua a intercettare consumatori giovani e occasioni di consumo diverse. Più in generale, gli spumanti stanno mostrando una resistenza maggiore rispetto ai vini fermi in un contesto internazionale meno espansivo.

Su questo aspetto è intervenuto anche Franco Passador, presidente e amministratore delegato di Vi.V.O. Cantine, richiamando la solidità del comparto Prosecco ma senza considerarla scontata. Secondo Passador, la forza della denominazione deriva da un equilibrio costruito negli anni tra programmazione, organizzazione della filiera e presenza stabile sui mercati internazionali.

Per il Friuli conta il peso delle differenze tra territori

Il dibattito nazionale tocca da vicino anche il Friuli, perché eventuali interventi generalizzati sulla produzione potrebbero avere effetti molto diversi a seconda delle aree e delle denominazioni. È questo uno dei passaggi più delicati emersi dal confronto: non tutte le zone vitivinicole stanno vivendo la stessa stagione e non tutti i prodotti reagiscono allo stesso modo al rallentamento della domanda.

Un elemento, però, mette d’accordo le organizzazioni: la necessità di difendere gli strumenti europei di sostegno al vino. Sia Federvini sia Uiv chiedono che nella prossima programmazione comunitaria restino risorse dedicate al comparto, con fondi utili per investimenti, innovazione e attività promozionali.

Per i territori del Nordest, e quindi anche per il sistema vitivinicolo friulano, il nodo sarà capire se prevarrà una strategia orientata a contenere l’offerta oppure una linea concentrata sul rafforzamento della domanda. Il mercato manda segnali chiari di rallentamento, ma la tenuta di alcune denominazioni dimostra che la crisi non colpisce tutti nello stesso modo e che le scelte future dovranno tenere conto delle differenze locali.

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