Udine, colpito da un’ischemia in hotel: un bimbo di 4 anni guida il padre fino all’aiuto
Il racconto di Alessandro intreccia l’emergenza vissuta in città, le cure ricevute a Udine e il ruolo decisivo del figlio piccolo.
In una stanza di un residence del centro di Udine, un bambino di quattro anni si è trovato a capire che il suo papà non stava più bene. Alessandro non riusciva a parlare, aveva un lato del corpo bloccato e poteva farsi capire soltanto con cenni e movimenti della mano. Quel dialogo minimo, ma decisivo, ha permesso al piccolo di accompagnarlo verso i soccorsi.
La vicenda è stata raccontata da Alessandro nella terza puntata di “Storie di vita”, format di interviste e approfondimento condotto da Patrick Ganzini. Al centro del suo intervento ci sono le ore dell’emergenza, il ricovero a Udine, la riabilitazione e il modo in cui quell’episodio ha inciso sulla vita familiare.
Il momento critico durante la sosta a Udine
Il soggiorno friulano era una tappa di rientro verso casa, in Toscana, dopo un fine settimana trascorso tra i laghi di Fusine e un concerto di Ben Harper, artista molto amato da Alessandro. Padre e figlio avevano scelto di fermarsi a Udine per spezzare il viaggio in auto.
Dopo la colazione, tornati in camera per prepararsi alla partenza, qualcosa è cambiato improvvisamente. Alessandro ha avvertito un forte capogiro e, poco dopo, si è reso conto che non riusciva più né a parlare né a sollevare un braccio.
Ha spiegato di conoscere già alcuni segnali d’allarme legati all’ischemia, anche per esperienze vissute indirettamente in passato. Proprio quei sintomi gli hanno fatto intuire subito che la situazione era grave.
La porta aperta da terra e la corsa verso l’ascensore
Il pensiero più urgente, in quei minuti, è andato al figlio. I due erano soli al quarto piano e Alessandro ha cercato di raggiungere l’uscita della stanza per permettere al bambino di trovare qualcuno. Nel tentativo di alzarsi, però, è caduto, battendo la testa contro il muro e ferendosi anche a una gamba.
Rimasto a terra, è comunque riuscito ad aprire la porta usando il braccio che ancora rispondeva e sfruttando il fatto che l’anta si aprisse verso l’esterno. All’inizio il piccolo aveva interpretato tutto come un gioco, poi la vista del sangue gli ha fatto capire che il padre aveva davvero bisogno di aiuto.
Da quel momento Alessandro ha iniziato a comunicare soltanto con le dita e con il capo. Il bambino ha provato prima a bussare a un’altra camera, senza risultato. Poi l’obiettivo è diventato l’ascensore, a pochi metri ma difficilissimo da raggiungere per chi stava perdendo il controllo della parte destra del corpo.
Il figlio, che sapeva già usare i pulsanti, ha chiamato più volte la cabina. A un certo punto Alessandro è riuscito ad arrivare fino alla soglia e a impedire che le porte si richiudessero. Una volta dentro, ha indicato con la mano il piano terra. Il bambino ha premuto lo zero.
L’allarme dato al piano terra
Arrivati giù, il piccolo si è diretto verso la pasticceria collegata alla struttura, dove poco prima avevano fatto colazione. Alla donna presente ha detto che il papà stava male e che serviva aiuto.
Alessandro ricorda come determinanti siano stati i tempi dell’intervento e la vicinanza dell’ospedale cittadino. In seguito gli sarebbe stato spiegato che tra l’inizio del malore e l’arrivo in ospedale erano trascorse circa due ore, un intervallo ritenuto molto importante per la presa in carico.
La diagnosi in ospedale e il recupero
Nel presidio sanitario di Udine è stata accertata un’ischemia cerebrale. Alessandro ha raccontato di essere stato sottoposto alla terapia per sciogliere il trombo e di aver iniziato da lì un recupero graduale, prima della parola e poi dei movimenti.
Gli esami successivi hanno evidenziato anche un forame ovale pervio, il FOP, che secondo quanto gli è stato riferito dai medici sarebbe all’origine dell’episodio. La condizione, fino a quel momento, non gli era mai stata diagnosticata. Due mesi dopo l’ictus, a settembre, si è sottoposto a Perugia all’intervento di chiusura con il dispositivo comunemente chiamato “ombrellino”.
Nel suo racconto c’è anche un forte ringraziamento rivolto ai professionisti che lo hanno seguito a Udine. Per Alessandro, essere stato soccorso e curato in una struttura specializzata ha rappresentato uno dei fattori decisivi dell’esito positivo.
La riabilitazione e l’attenzione al bambino
I primi progressi sono arrivati già durante il ricovero: tornare seduto, rialzarsi, riprendere a camminare, affrontare di nuovo le scale. Azioni normali sono diventate traguardi da riconquistare un passo alla volta. Dopo dieci giorni in ospedale, il lavoro è proseguito in Toscana con il supporto della famiglia e del fisioterapista, soprattutto sull’equilibrio e sulla forza.
Dopo alcuni mesi Alessandro è riuscito anche a riprendere l’attività sportiva, pur riferendo ancora qualche lieve formicolio alla mano e al piede. Parallelamente, la famiglia ha prestato attenzione anche a ciò che l’emergenza aveva lasciato nel figlio, aiutandolo a ritrovare serenità nella quotidianità e a vedere il padre tornare gradualmente alla normalità.
Da questa esperienza è nato anche un impegno a favore della sensibilizzazione sull’ictus. Alessandro ha avviato una collaborazione con A.L.I.Ce., l’associazione per la lotta all’ictus cerebrale, e ha guardato con interesse al progetto FAST Heroes, pensato per insegnare ai bambini a riconoscere una situazione di pericolo e a chiedere aiuto in tempo.