Ricerca tra Friuli e Veneto, nuovi fondi a iNEST: edilizia green da legno leggero, scarti di vetro e materiali industriali
Il programma coinvolge anche gli atenei del Friuli Venezia Giulia: dalla riqualificazione degli edifici alle superfici urbane drenanti, sei studi sostenuti con 880mila euro.
La filiera dell’innovazione che unisce università e imprese del Nordest incassa un nuovo sostegno economico e guarda anche al Friuli Venezia Giulia. Il consorzio iNEST, dentro il quale lavorano pure gli atenei regionali, prosegue infatti il percorso avviato con il PNRR grazie a un finanziamento da 880mila euro destinato a sei ulteriori attività di ricerca.
Il focus è quello dell’edilizia sostenibile e dell’adattamento ambientale delle città: non teoria da laboratorio, ma soluzioni pensate per essere trasferite alle aziende e applicate su edifici, materiali e spazi urbani. Tra i risultati già sviluppati compaiono sistemi di rinforzo in legno per fabbricati esistenti, nuovi composti ricavati da residui del vetro di Murano e della pietra, oltre a pavimentazioni capaci di drenare e filtrare.
Per il Friuli il tema non è marginale, perché iNEST mette in rete una parte significativa del sistema scientifico del Nordest. Nell’ecosistema dell’innovazione partecipano infatti anche le università di Udine e Trieste, insieme ad altri soggetti di ricerca coinvolti su scala interregionale.
Una rete che coinvolge anche il sistema universitario friulano
Lo Spoke 4, coordinato dall’Università IUAV di Venezia, lavora sull’ambito “Città, architettura e design sostenibile”. Il consorzio Interconnected Nord-Est Innovation Ecosystem riunisce nove università e due enti di ricerca distribuiti tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Province autonome di Trento e Bolzano.
Nel gruppo rientrano, oltre a IUAV, gli atenei di Udine e Trieste, insieme a Bolzano, Trento, Padova, Ca’ Foscari Venezia, Verona e alla SISSA, con il supporto di CNR e Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. L’impostazione è quella di far lavorare nello stesso perimetro laboratori accademici e aziende del territorio.
Secondo il coordinatore Lorenzo Fabian, il comparto interessato pesa per il 17% del Pil del Nord Est, con un valore indicato in 46 miliardi di euro. Da qui la scelta di puntare su interventi che possano trovare sbocco concreto nel mercato della riqualificazione edilizia e del riuso dei materiali.
Il progetto sul retrofit: strutture interne in legno per gli edifici esistenti
Uno dei filoni più avanzati è Recofit, iniziativa guidata da Biohabitat Service, che affronta il tema del recupero del patrimonio costruito prima delle norme più recenti in materia energetica e antisismica. L’idea è superare alcune criticità tipiche degli interventi tradizionali, spesso onerosi, complessi e poco agevoli negli immobili più delicati.
La ricerca ha sviluppato sistemi modulari in legno ingegnerizzato con l’obiettivo di contenere costi e tempi, senza rinunciare alle prestazioni strutturali. Il punto chiave è un endoscheletro interno che si aggiunge alla struttura esistente e ne aumenta la risposta sismica, evitando la sostituzione completa dei telai.
Tra le essenze analizzate, la Paulownia è stata indicata come la scelta più adatta all’interno del progetto. Il risultato, nelle intenzioni dei partner, è una tecnologia replicabile anche su edifici che richiedono interventi meno invasivi.
Dagli scarti locali a nuovi prodotti per costruire
Un altro fronte riguarda il recupero di residui produttivi. In particolare, gli scarti della lavorazione del vetro di Murano sono stati trasformati in un materiale modellabile a temperature contenute, con possibili applicazioni nell’edilizia e nel design.
Accanto al vetro, le sperimentazioni hanno preso in esame anche i residui della pietra. In questo caso l’obiettivo è ridurre la quantità di materiale destinato allo scarto e ricavare nuovi componenti utili per successive applicazioni costruttive. Nei test illustrati nell’ambito dello Spoke 4, la diminuzione dello spreco arriva fino al 35%.
Strade drenanti e capacità di trattenere gli inquinanti
Tra le soluzioni presentate ci sono anche pavimentazioni urbane drenanti realizzate con sottoprodotti della siderurgia e del vetro. Il sistema è stato progettato come una superficie capace non solo di far defluire l’acqua, ma anche di contribuire al filtraggio degli inquinanti presenti.
Il funzionamento prevede due stadi: uno meccanico, che intercetta i contaminanti più grossolani e può essere ripristinato con la manutenzione, e uno chimico, pensato per assorbire alcune sostanze inquinanti. Le piastre utilizzano un legante idraulico derivato da scarti siderurgici e inserti in vetro di Murano.
Tra i target indicati dal progetto figurano il recupero del 90% della capacità filtrante dopo cicli di rigenerazione, il 98% dei metalli rari adsorbiti recuperati e un contributo alla riduzione delle isole di calore nelle aree urbane. Nelle simulazioni, la maggior parte di elementi come cadmio e piombo presenti nelle acque di prova è rimasta intrappolata nei materiali sviluppati.
Le prospettive dopo la fase PNRR
Il nuovo stanziamento della Regione Veneto serve a dare continuità a un lavoro che non si ferma con la conclusione della fase iniziale finanziata dal PNRR. L’impostazione resta quella di una collaborazione stabile tra ricerca e impresa, con progetti destinati a crescere attraverso nuovi partner.
Tra le iniziative richiamate nei materiali diffusi compaiono anche Ekonia, ReMu e Nonsibuttavianiente, oltre a Recofit. Per il Friuli Venezia Giulia il valore dell’operazione sta anche nella presenza diretta dei propri atenei e centri di ricerca dentro una piattaforma che prova a trasformare scarti, tecniche costruttive e sperimentazione scientifica in applicazioni concrete per il territorio.