Marano, la laguna sotto pressione: barene in ritirata e habitat da difendere

Al confronto ospitato a Marano Lagunare focus su erosione, nidificazione degli uccelli acquatici e ruolo delle valli da pesca nella tenuta dell’ecosistema.

27 maggio 2026 12:33
Marano, la laguna sotto pressione: barene in ritirata e habitat da difendere -
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La laguna di Marano e Grado mostra segnali sempre più evidenti di fragilità, e a preoccupare sono soprattutto le barene, superfici emerse decisive per l’equilibrio ambientale e per la fauna acquatica. Il tema è stato al centro di un momento di confronto ospitato alla Pescheria Vecchia di Marano Lagunare, dove ricercatori, tecnici e operatori hanno messo in fila dati e possibili linee d’azione.

L’appuntamento si è svolto nell’ambito del progetto europeo CRADLES, iniziativa del programma Interreg Ipa Adrion 2021-2027 dedicata alla resilienza delle aree umide costiere e d’acqua dolce. Il progetto coinvolge partner di sette Paesi dell’area adriatico-ionica e, per la Regione, fa capo al Servizio Caccia e Risorse Ittiche diretto da Valter Colussa.

A promuovere il workshop sono stati la Direzione risorse agroalimentari, forestali e ittiche della Regione attraverso il proprio Servizio Caccia e risorse ittiche, insieme al Coastal Group del Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università di Trieste, coordinato dal professor Giorgio Fontolan. L’incontro ha avuto un taglio operativo: collegare il lavoro scientifico con chi in laguna vive e lavora ogni giorno.

Perché le barene sono un nodo decisivo

Durante i lavori, Saverio Fracaros e Stefano Sponza dell’Università di Trieste hanno presentato uno studio dedicato al contributo di barene e valli da pesca nella conservazione di habitat e avifauna acquatica tutelati dalla rete Natura 2000 nell’area lagunare di Marano e Grado.

La ricerca ha incrociato analisi geomorfologiche e sedimentologiche, rilievi idrometrici e dati ornitologici. Il quadro emerso indica che l’aumento del livello del mare e le variazioni del regime idrologico stanno modificando in modo sensibile gli spazi utilizzati per la nidificazione, rendendo più delicato l’equilibrio degli ambienti lagunari.

Le barene naturali risultano infatti più esposte a erosione e sommersione. Quando cala la disponibilità di superfici emerse stabili, si riducono anche le aree adatte ai nidi degli uccelli acquatici. La quota del terreno e la sua tenuta diventano quindi fattori determinanti: maree eccezionali e fasi di maltempo possono compromettere intere nidificazioni.

Il ruolo delle valli da pesca nella laguna friulana

In questo scenario, le valli da pesca assumono un’importanza crescente. I dati illustrati nel workshop indicano che dossi artificiali e aree gestite all’interno delle valli possono offrire condizioni favorevoli alla nidificazione, a patto che ci sia una gestione attenta dei livelli dell’acqua e dei sedimenti.

Per un territorio come quello di Marano, il punto non riguarda solo la tutela naturalistica. La discussione ha toccato anche il valore delle attività tradizionali, perché la gestione delle valli può contribuire alla biodiversità e al tempo stesso sostenere una presenza economica storica della laguna.

Da qui l’indicazione emersa nel confronto: rafforzare la collaborazione tra istituzioni, mondo scientifico, pescatori e vallicoltori. L’idea condivisa è che la protezione degli habitat non possa prescindere dal coinvolgimento di chi conosce questi luoghi nella pratica quotidiana.

Dalla biodiversità al carbonio blu

Al workshop hanno preso parte anche i partner di progetto del Conisma, il consorzio che riunisce diverse università italiane attive nella ricerca marina e ambientale. Per l’Università Ca’ Foscari Venezia sono intervenuti Alice Stocco e Pietro Gorgosalice, mentre per l’Università degli Studi di Palermo è intervenuta Salvatrice Vizzini.

I ricercatori di Ca’ Foscari hanno richiamato il ruolo delle barene come aree di nursery naturale, aggregazione e crescita per specie ittiche di valore, sottolineando anche l’utilità della conoscenza ecologica locale maturata da pescatori e operatori della laguna.

L’Università di Palermo ha invece illustrato studi condotti nella Laguna di Venezia e in altre aree costiere e zone umide di Croazia, Serbia e Grecia, concentrati sugli habitat vegetati e sulla loro capacità di trattenere il cosiddetto carbonio blu. Approfondimenti dello stesso tipo sono stati avviati anche nella laguna di Marano e Grado.

Le indicazioni emerse dal confronto di Marano

Nelle conclusioni, il professor Fontolan ha richiamato la necessità di consolidare il monitoraggio ambientale e di costruire strumenti di gestione più efficaci per le barene. Il nodo, emerso con chiarezza, è affrontare i cambiamenti in corso con un approccio che tenga insieme lettura scientifica dei fenomeni e interventi concreti sul territorio.

Tra i temi sollevati anche il riconoscimento del ruolo dei gestori delle valli da pesca, considerati una componente utile nella difesa della biodiversità e nella capacità di adattamento degli ambienti costieri. Per la laguna friulana, il messaggio arrivato da Marano è netto: conservazione e attività tradizionali non sono due strade separate, ma una sfida da tenere insieme con continuità.

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