Granchio blu nell’Alto Adriatico, da Trieste al confine sloveno il progetto BLUECRAB punta su dati comuni e nuove risposte
Nel confronto finale di Chioggia anche il contributo scientifico dell’Università di Trieste: monitoraggio condiviso, tutela degli allevamenti e ipotesi di utilizzo alimentare.
Il granchio blu continua a pesare sugli equilibri dell’Alto Adriatico e, per il Friuli Venezia Giulia, il tema riguarda insieme ambiente, pesca e attività legate alla molluschicoltura. Nel bilancio finale del progetto europeo BLUECRAB, presentato a Chioggia, è emersa con forza la necessità di lavorare su una regia comune tra le due sponde coinvolte, italiana e slovena.
Per il territorio friulano il passaggio più rilevante è il coinvolgimento diretto dell’Università degli Studi di Trieste nelle attività scientifiche, dentro un percorso che mette in rete enti di ricerca, istituzioni e mondo produttivo. L’obiettivo non è soltanto descrivere la presenza della specie invasiva, ma costruire strumenti utili a limitarne gli effetti sulle attività economiche del mare.
L’incontro del 24 settembre ha chiuso oltre due anni di lavoro del progetto dedicato al controllo, alla mitigazione e agli interventi di gestione del granchio blu. A guidare il partenariato è Confcooperative Veneto, ma il quadro operativo interessa da vicino anche il Friuli Venezia Giulia, chiamato a misurarsi con un fenomeno che non si ferma ai confini amministrativi.
Il contributo di Trieste negli studi sulla specie
Tra i contenuti illustrati a Chioggia c’è stato il lavoro scientifico coordinato da Alberto Pallavicini, professore dell’Università di Trieste e responsabile delle attività di ricerca genetica del progetto. Gli studi si sono concentrati sulla distribuzione del granchio blu e sulle conseguenze che la sua presenza può avere nella rete trofica dell’Alto Adriatico.
Dalle analisi è uscito un quadro che conferma la notevole capacità di adattamento della specie alle condizioni ambientali di quest’area marina. Un dato che rende più complessa ogni strategia di contenimento e rafforza l’idea che servano osservazioni costanti, scambio di informazioni e criteri condivisi tra territori vicini.
Le ricadute per chi lavora in mare
Il nodo più concreto resta quello dei danni alle attività produttive, in particolare agli allevamenti di molluschi. La presenza del granchio blu incide sulla sopravvivenza del seme, obbliga gli operatori a rivedere le modalità di protezione e aumenta la pressione su un comparto già esposto a costi e fragilità ambientali.
Per questo, nel progetto si è lavorato su più livelli: ricerca, monitoraggio, pratiche di pesca selettiva e sistemi di difesa degli allevamenti. L’idea di fondo è che la risposta non possa essere affidata a misure isolate, ma debba tenere insieme conoscenza scientifica e bisogni quotidiani delle imprese.
Durante il confronto finale, Paolo Tiozzo, presidente di Confcooperative Veneto, ha richiamato il peso economico del fenomeno per pesca e molluschicoltura, sottolineando la necessità di mettere a fattor comune competenze diverse e indicazioni operative costruite a partire dall’esperienza di chi lavora sul mare.
Una filiera possibile anche sul fronte alimentare
Accanto alle misure di controllo, BLUECRAB ha aperto anche un altro filone: verificare se il granchio blu possa trovare uno spazio nella filiera alimentare. Non come risposta risolutiva, ma come tassello aggiuntivo dentro una strategia più ampia di gestione della specie.
Su questo versante Stefano Cicigoi di Enaip Veneto ha presentato alcune proposte di preparazione gastronomica pensate per favorirne il consumo e l’ingresso nella ristorazione. Il tema della formazione, in questo caso, viene indicato come leva pratica per aiutare operatori e cucine a misurarsi con un prodotto ancora poco valorizzato.
Un progetto che coinvolge anche il Friuli Venezia Giulia
Il progetto è partito nell’aprile 2024 all’interno del Programma Interreg Italia-Slovenia. Oltre a Confcooperative Veneto come lead partner, partecipano Federazione Provinciale Coldiretti Venezia, Università degli Studi di Trieste, National Institute of Biology della Slovenia, Revivo – centro di ricerca sloveno e Comune di Capodistria.
Tra i partner associati figurano anche la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, la Regione del Veneto, Veneto Agricoltura, ARPAV e il Comune di Ancarano. Una composizione che fotografa bene la natura transfrontaliera del problema e la necessità di affrontarlo con strumenti comuni.
Il messaggio emerso da Chioggia riguarda da vicino anche il Friuli: il granchio blu richiede un lavoro continuativo, coordinato e fondato sui dati. Solo così, tra monitoraggio, protezione delle produzioni e nuove ipotesi di valorizzazione, l’Alto Adriatico può provare a contenere un fenomeno che tocca ambiente ed economia insieme.