Forni di Sopra ricorda l’Aga granda: dalla memoria del 1966 un richiamo alla difesa della montagna friulana

Nel ricordo dell’alluvione che colpì la Carnia, Serena Pellegrino lega sicurezza del territorio, contrasto allo spopolamento e tutela delle acque.

A cura di Web Team Web Team
04 novembre 2026 12:05
Forni di Sopra ricorda l’Aga granda: dalla memoria del 1966 un richiamo alla difesa della montagna friulana -
Condividi

Il ricordo dell’alluvione del 1966 torna in Carnia come una domanda rivolta al presente: come proteggere oggi un territorio che continua a fare i conti con fragilità ambientali e spopolamento. Da Forni di Sopra, nel corso di un incontro dedicato a quella tragedia, la consigliera regionale Serena Pellegrino ha richiamato la necessità di tradurre la memoria in scelte concrete.

L’esponente di Alleanza Verdi e Sinistra è intervenuta a margine della conferenza ospitata alla Cjasa dai Fornés, appuntamento promosso dal circolo carnico di Legambiente e dal Comitato per la Tutela delle Acque del Tagliamento. Al centro, la devastazione che sessant’anni fa segnò in profondità la Carnia e lasciò conseguenze ancora vive nelle comunità di montagna.

Un anniversario che parla al presente

Secondo Pellegrino, ricordare non significa fermarsi alla commemorazione. In una nota, la consigliera sottolinea che proprio dalla consapevolezza di quanto accadde deve partire un orientamento politico capace di guardare al futuro del Friuli montano.

Durante l’incontro sono state proiettate immagini storiche dell’Aga granda, la piena che tra il 3 e il 4 novembre 1966 travolse la Carnia. Le fotografie hanno restituito il quadro di un disastro esteso: smottamenti, abitazioni distrutte, ponti ceduti, collegamenti interrotti e paesi rimasti isolati senza servizi essenziali per giorni.

Le ferite lasciate dall’alluvione in Carnia

Quel passaggio segnò anche un pesante bilancio umano. Tra le vittime ricordate figurano il sindaco di Forni Avoltri Riccardo Romanin, l’operaio di Forni di Sopra Eugenio Antoniacomi e altre cinque persone. A questi si aggiunsero danni materiali enormi, evacuazioni e, in diversi casi, l’abbandono definitivo di borghi e vallate.

Per la consigliera regionale, quelle immagini non appartengono soltanto al passato. Rappresentano piuttosto un avvertimento per le istituzioni, chiamate a misurarsi con un quadro climatico che rende più frequenti e intensi gli eventi estremi anche nelle aree alpine e prealpine del Friuli.

Territorio, acqua e tenuta delle comunità

Pellegrino collega poi la sicurezza ambientale alla possibilità stessa di mantenere vive le comunità della montagna friulana. A suo giudizio, la tragedia del 1966 contribuì ad accelerare processi di abbandono già difficili da arginare, rendendo ancora più evidente il rapporto tra tutela del territorio e tenuta demografica.

Da qui la richiesta di investire sulla manutenzione, sulla cura dei boschi, sulla difesa dei corsi d’acqua e sul contenimento del consumo di suolo. Nella stessa riflessione rientra anche la contrarietà a opere considerate troppo invasive per l’equilibrio idrico, a partire dagli interventi prospettati sul Tagliamento.

Nella parte conclusiva della nota, la consigliera ribadisce la necessità di fermare forme di sfruttamento giudicate dannose per le aree montane, come la canalizzazione delle acque. L’acqua, osserva, resta una risorsa decisiva non solo per la vita delle persone, ma anche per la fauna e per le attività economiche che sostengono il territorio friulano.

Segui Prima Friuli