Case della comunità, in Friuli si riapre il fronte con i medici di base: il Pd chiede un cambio di metodo

Dopo la presa di posizione di FIMMG, SMI e SNAMI, Luca Braidotti sollecita la Regione: senza regole condivise il nuovo modello territoriale parte in salita.

20 agosto 2026 16:02
Case della comunità, in Friuli si riapre il fronte con i medici di base: il Pd chiede un cambio di metodo -
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La partita non riguarda soltanto nuove sedi da aprire, ma il modo in cui dovranno funzionare ogni giorno per i cittadini friulani. È da qui che riparte la discussione sulle Case della comunità in Friuli Venezia Giulia, dopo la richiesta dei sindacati dei medici di medicina generale di avere un chiarimento rapido con la Regione.

A intervenire è Luca Braidotti, segretario provinciale del Pd di Udine, che legge la vicenda come un problema prima ancora politico che tecnico. Secondo il dirigente dem, il punto critico sta nell'assenza di un confronto stabile con chi nelle strutture dovrà lavorare concretamente.

Il nodo dei turni riaccende la discussione

La presa di posizione arriva sulla scia di quanto sollevato da FIMMG, SMI e SNAMI, che hanno chiesto un tavolo immediato per chiarire interpretazione e applicazione delle disposizioni relative ai turni di servizio nelle nuove strutture territoriali.

Per Braidotti, questa richiesta certifica che un passaggio essenziale non è stato ancora risolto. Se i medici domandano spiegazioni sulle regole operative, osserva, significa che il percorso di condivisione con la Regione non è stato costruito in modo sufficiente.

Perché il tema pesa anche in Friuli

Nel territorio friulano le Case della comunità vengono presentate come uno degli strumenti chiamati a rendere più vicina l'assistenza, alleggerendo allo stesso tempo la pressione sugli ospedali. Il loro ruolo, quindi, va oltre l'apertura fisica degli spazi: riguarda la capacità di garantire una presa in carico coordinata tra professionisti diversi.

Il modello, infatti, si regge sulla collaborazione tra medici di famiglia, infermieri, specialisti e altre figure sanitarie. Senza un'organizzazione definita e condivisa, sostiene il segretario provinciale del Pd udinese, il rischio è che la struttura esista sulla carta ma parta con molti limiti nella pratica quotidiana.

La critica alla gestione regionale

Nella lettura di Braidotti, la Giunta Fedriga continua a gestire un passaggio delicato della sanità territoriale senza un'interlocuzione efficace con le categorie mediche. Una criticità che, a suo giudizio, si sarebbe già vista in altre fasi complesse, dalle riorganizzazioni più profonde fino alle scelte legate alle emergenze.

Il segretario dem contesta in particolare la distanza tra l'annuncio delle aperture e la definizione concreta di chi dovrà assicurare il servizio, con quali tempi e secondo quali modalità. Per il Pd udinese, non basta rendere operative le sedi dal punto di vista formale se manca ancora una cornice chiara per il lavoro interno.

Il banco di prova per la sanità territoriale

La questione, secondo Braidotti, si inserisce in un quadro regionale già sotto pressione, con pronto soccorso in affanno e liste d'attesa che restano un problema aperto. Proprio per questo le Case della comunità vengono considerate un passaggio decisivo: dovrebbero intercettare bisogni di salute sul territorio e ridurre il ricorso improprio agli ospedali.

Se però l'avvio avviene senza accordi condivisi con i professionisti coinvolti, avverte l'esponente del Pd, la credibilità del progetto rischia di indebolirsi fin dall'inizio. Il timore è che i cittadini si trovino davanti a un modello presentato come strategico ma ancora privo di un assetto realmente definito.

Nel suo intervento, Braidotti indica dunque nelle relazioni tra Regione e medici di medicina generale il passaggio da sciogliere subito. Per il Friuli, dove il tema dell'accesso ai servizi sanitari resta centrale, il confronto sulle Case della comunità è destinato a pesare ben oltre il dibattito politico di queste ore.

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