Tumore del fegato, a Trieste parte uno studio sui casi in cui i farmaci perdono efficacia

La Fondazione Italiana Fegato avvierà nel 2027 il progetto MIRA-HCC all’AREA Science Park: l’obiettivo è trovare segnali utili per terapie più mirate.

06 novembre 2026 10:20
Tumore del fegato, a Trieste parte uno studio sui casi in cui i farmaci perdono efficacia -
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Una delle questioni più delicate nella cura del tumore al fegato riguarda la risposta alle terapie: non tutti i pazienti ottengono gli stessi risultati e, in alcuni casi, i medicinali smettono di funzionare con il passare del tempo. È su questo nodo che Trieste si prepara a concentrare un nuovo programma di ricerca.

Il progetto si chiama MIRA-HCC e sarà sviluppato dalla Fondazione Italiana Fegato (FIF) ETS nella sede dell'AREA Science Park. L’avvio è previsto per gennaio 2027 e il lavoro si estenderà per 12 mesi, grazie al sostegno della Fondazione CRTrieste.

Non si parla di una terapia già pronta per l’uso, ma di uno studio pensato per capire meglio i meccanismi biologici che stanno dietro alla mancata efficacia dei trattamenti. Il traguardo, in prospettiva, è offrire strumenti in più per orientare cure più aderenti alle caratteristiche del singolo paziente.

Un tema che riguarda da vicino anche il Friuli Venezia Giulia

L’epatocarcinoma, cioè la principale forma di tumore primitivo del fegato, compare spesso in persone che convivono con patologie epatiche croniche, come epatiti virali, cirrosi o alterazioni metaboliche. La malattia, inoltre, può essere individuata quando è già in fase avanzata, rendendo più complesso il percorso terapeutico.

La difficoltà non è solo nella diagnosi. Un altro problema rilevante è rappresentato dalla resistenza ai farmaci: ci sono tumori che mostrano fin dall’inizio una risposta limitata e altri che, dopo una fase iniziale favorevole, diventano progressivamente meno sensibili alle cure. Un quadro che, come sottolinea la ricercatrice Caecilia Sukowati, responsabile di MIRA-HCC e Senior Scientist della FIF, interessa anche il contesto del Friuli Venezia Giulia.

Che cosa farà il gruppo di ricerca triestino

Il programma, il cui nome completo è Marcatori Integrati della Risposta Terapeutica nell'Epatocarcinoma, metterà insieme competenze di oncologia, biologia molecolare e analisi informatica dei dati biologici. L’idea è osservare da vicino ciò che distingue le cellule sensibili ai trattamenti da quelle che invece sviluppano resistenza.

I ricercatori confronteranno infatti modelli cellulari di tumore del fegato che reagiscono ai farmaci con modelli che hanno acquisito la capacità di sopravvivere alle terapie. Attraverso analisi bioinformatiche e verifiche sperimentali, il team cercherà di individuare i cambiamenti molecolari associati a questo comportamento.

Tra gli aspetti studiati ci saranno anche geni e processi biologici coinvolti nella perdita di efficacia dei medicinali. Una fase successiva, solo futura, potrebbe includere controlli su campioni biologici umani, ma al momento non è stata annunciata una sperimentazione clinica.

I biomarcatori e la prospettiva di cure più personalizzate

Uno dei punti centrali del progetto è l’identificazione di possibili biomarcatori molecolari, cioè indicatori biologici misurabili capaci, se confermati da ulteriori studi, di dare informazioni sul comportamento della malattia e sulla probabile risposta ai farmaci.

Se questi segnali verranno riconosciuti e validati, in futuro potrebbero aiutare i medici a capire prima quali pazienti hanno più possibilità di trarre beneficio da un certo trattamento e quali, invece, potrebbero aver bisogno di strategie diverse. È il principio della medicina di precisione, che punta ad adattare le cure al profilo del tumore.

Perché lo studio può incidere anche sulla qualità del percorso di cura

Capire in anticipo quando una terapia rischia di essere poco utile avrebbe effetti che vanno oltre il solo dato scientifico. Per chi è malato significherebbe evitare, per quanto possibile, passaggi terapeutici poco efficaci, ulteriori esami e continui cambi di impostazione clinica.

Anche per il sistema sanitario il tema è rilevante. Il presidente della Fondazione Italiana Fegato, Claudio Tiribelli, evidenzia infatti che una conoscenza più approfondita dei meccanismi di resistenza può favorire decisioni più mirate e un impiego più efficiente delle risorse assistenziali.

Da Trieste, quindi, prende forma un lavoro di ricerca che non promette scorciatoie, ma prova ad affrontare un passaggio cruciale dell’oncologia moderna: riconoscere per tempo quando una cura non sta dando i risultati attesi, così da costruire in futuro percorsi terapeutici più consapevoli e personalizzati.

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