Sette missioni all’estero, l’Università di Udine fa il pieno di fondi Maeci
Per l’ateneo friulano arrivano 84 mila euro dal Ministero degli Esteri: progetti attivi tra Iraq, Libano, Giordania e Grecia.
L’archeologia che parte dal Friuli consolida la sua presenza fuori dai confini nazionali. L’Università di Udine ha ottenuto il via libera e il cofinanziamento del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale per tutte e sette le missioni internazionali presentate, per un totale di 84 mila euro.
Per l’ateneo udinese è un risultato di rilievo anche sul piano del posizionamento accademico: tra le università del Nord-Est è quella con il maggior numero di progetti sostenuti dalla Farnesina in questo ambito. Le attività coinvolgono il Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale e si distribuiscono tra Mediterraneo orientale e Vicino Oriente.
Non si tratta soltanto di scavi. I programmi comprendono ricognizioni sul territorio, studio dei contesti antichi, documentazione del patrimonio e uso di strumenti digitali, insieme alla formazione di giovani ricercatori e al lavoro condiviso con enti e autorità dei Paesi ospitanti.
Un riconoscimento che rafforza il ruolo di Udine
La direttrice del Dipartimento, Linda Borean, legge l’esito del bando come una conferma del lavoro costruito negli anni dagli archeologi udinesi nelle collaborazioni internazionali. Sottolinea inoltre come il finanziamento di tutti i progetti presentati premi una presenza scientifica radicata nel territorio friulano ma capace di muoversi con continuità su reti di respiro globale.
Anche Matteo Cadario, delegato alla ricerca del Dipartimento, evidenzia il valore complessivo dell’operazione: le missioni, osserva, mostrano come la ricerca sviluppata in Friuli riesca a inserirsi in aree decisive per la storia del Mediterraneo e del Vicino Oriente, mantenendo rapporti stabili con università, istituzioni e comunità locali.
L’impegno più ampio è in Iraq
La presenza più consistente dell’Università di Udine si concentra in Iraq, dove sono attivi cinque progetti. Nel Kurdistan iracheno il Land of Nineveh Archaeological Project, guidato da Daniele Morandi Bonacossi, ha esplorato un’area di circa 3 mila chilometri quadrati attorno all’antica Ninive, portando all’individuazione di oltre 1.200 siti. Oggi il lavoro punta anche alla creazione di un grande parco archeologico dedicato alla tutela dei canali storici e dei rilievi rupestri legati a Sennacherib.
Accanto a questa missione c’è l’Asingeran Excavation Project, diretto da Marco Iamoni nei siti di Asingeran e Kanispan, nella piana di Navkur. Qui l’attenzione è rivolta alle trasformazioni delle prime comunità agricole e ai processi che hanno portato alle forme iniziali di organizzazione sociale complessa.
Più recente è il Nimrud Lower Town Archaeological Project, avviato nel 2025 sempre sotto la direzione di Morandi Bonacossi. Le ricerche riguardano la città bassa di Nimrud, sito Unesco vicino a Mossul, con l’obiettivo di ricostruirne struttura urbana, viabilità, difese e spazi pubblici.
A Samarra, altro sito inserito nella lista del patrimonio mondiale, Valentina Vezzoli coordina un’attività centrata su documentazione, protezione e valorizzazione dell’antica capitale abbaside. La stessa studiosa guida dal 2023 anche il progetto di Bazhera, ancora nel Kurdistan iracheno, dove le indagini si concentrano sui resti di un caravanserraglio e sulla storia dell’insediamento in età islamica.
Le ricerche tra Levante e Grecia
Tra Libano e Giordania l’ateneo friulano sviluppa due linee di lavoro dedicate ai paesaggi storici e agli insediamenti. Nel nord del Libano il progetto Palis, affidato a Marco Iamoni insieme a May Haider dell’Università Libanese di Tripoli, ricostruisce l’occupazione dell’area di Koura dalle fasi più antiche fino all’età ottomana.
In Giordania, a Gerasa, il gruppo impegnato sul Ninfeo monumentale studia l’evoluzione del complesso dall’epoca romana sino alla conquista abbaside dell’VIII secolo. La missione è diretta da Antonio Dell’Acqua e si inserisce nel progetto europeo WaterDecor, in collaborazione con il Dipartimento delle Antichità giordano.
Il quadro si completa con la Grecia. In Acaia, nel Peloponneso occidentale, l’Università di Udine partecipa da anni alle ricerche presso la Trapezà di Eghion, nell’area dell’antica Rhypes. Dal 2025 la missione guidata da Elisabetta Borgna è dedicata allo studio di materiali e contesti pre e protostorici, nel solco di una collaborazione già sostenuta dal Maeci e portata avanti con la Scuola archeologica italiana di Atene.
Per Udine e per il Friuli è un segnale importante: la ricerca universitaria locale continua a ritagliarsi uno spazio autorevole nei grandi cantieri archeologici internazionali, unendo produzione scientifica, tutela del patrimonio e formazione delle nuove generazioni di studiosi.