Scuola e studenti con background migratorio, il CNDDU: “In classe contano anche reddito e contesto”
Il Coordinamento dei docenti di Diritti umani richiama i dati PISA 2022: le differenze nei risultati scolastici non dipendono soltanto dalla lingua italiana.
Nel confronto sulle regole per formare le classi, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita a leggere il tema con una lente più ampia. La presenza di alunni con background migratorio, osserva, non può essere valutata soltanto attraverso una percentuale: a incidere sugli apprendimenti sono anche condizioni economiche, risorse disponibili nelle scuole e caratteristiche dei territori.
È una riflessione che riguarda da vicino anche il Friuli, dove il tema dell’inclusione scolastica si intreccia con differenze sociali, organizzazione dei servizi e capacità degli istituti di accompagnare percorsi molto diversi tra loro. Per il CNDDU, la conoscenza dell’italiano resta un passaggio fondamentale, ma non basta a spiegare da sola le distanze nei risultati.
Il limite del 30% letto oltre il dato numerico
Il riferimento è alle disposizioni che fissano al 30% la quota di studenti che non hanno una conoscenza adeguata della lingua italiana nella composizione delle classi. Secondo il Coordinamento, si tratta di uno strumento che può avere un’utilità sul piano organizzativo, purché non venga considerato una risposta sufficiente in sé.
Il punto, infatti, è capire come la misura verrà calata nelle scuole reali. Un conto è un istituto che dispone di supporti, laboratori linguistici e rete territoriale; un altro è operare in contesti dove pesano fragilità economiche, distanze e minori opportunità educative.
Cosa mostrano i dati richiamati dal Coordinamento
Il CNDDU cita i risultati PISA 2022 per sottolineare il legame tra origine migratoria e svantaggio sociale. In Italia, gli studenti con background migratorio rappresentavano l’11% dei quindicenni coinvolti nell’indagine, ma all’interno di questo gruppo il 52% rientrava nella fascia socioeconomica svantaggiata. Nel totale della popolazione studentesca osservata, la quota era invece del 25%.
Per il Coordinamento è questo il nodo da non perdere di vista: le difficoltà scolastiche spesso si concentrano dove si sommano più fattori, e non solo dove manca una piena padronanza dell’italiano.
Anche l’andamento delle prove va nella stessa direzione. In matematica, la distanza iniziale tra studenti con e senza background migratorio risultava di 30 punti, ma una volta considerata la condizione socioeconomica quella differenza non appariva più statisticamente significativa. Lo stesso schema emergeva nella lettura, dove il divario di partenza era di 31 punti e si ridimensionava dopo la correzione legata al contesto sociale.
Lingua italiana sì, ma con criteri chiari
Il Coordinamento non ridimensiona l’importanza dell’apprendimento linguistico, soprattutto per chi è arrivato da poco nel sistema scolastico italiano. Chiede però di evitare automatismi: cittadinanza straniera e competenza insufficiente in italiano non coincidono necessariamente, così come non tutti gli studenti con storia migratoria alle spalle presentano le stesse esigenze.
Per questo viene posto il tema della valutazione. Se la norma si fonda sulla conoscenza della lingua, servono parametri omogenei e verificabili per misurarla. In assenza di criteri condivisi, il rischio è confondere l’origine dello studente con il suo reale livello linguistico.
Territori diversi, effetti diversi
Un altro passaggio riguarda la distribuzione territoriale degli alunni. Dove la presenza di famiglie immigrate è più concentrata, riequilibrare la composizione delle classi non dipende esclusivamente dalla volontà delle scuole. Entrano in gioco la rete degli istituti vicini, i posti disponibili, i collegamenti e l’organizzazione quotidiana delle famiglie.
È il motivo per cui, secondo il CNDDU, una regola nazionale può produrre risultati molto differenti da zona a zona. Anche in una regione articolata come il Friuli, tra aree urbane e realtà più periferiche, l’applicazione concreta delle misure può cambiare in base alle condizioni locali e alle risorse effettivamente presenti.
Il presidente del Coordinamento, Romano Pesavento, sottolinea la necessità di regole capaci di evitare concentrazioni che rendano più complesso il lavoro didattico. Ma la verifica, aggiunge in sostanza il CNDDU, andrà fatta sugli esiti: miglioramento delle competenze, riduzione delle distanze negli apprendimenti e uso efficace delle risorse pubbliche. È su questo terreno, più che sulla sola soglia numerica, che si misurerà l’efficacia della nuova disciplina.