Sanità in Friuli Venezia Giulia, Celotti: "La rete oncologica non può pesare sugli ospedali del territorio"
La consigliera regionale del Pd contesta l’impostazione del piano e avverte sui riflessi per i presidi spoke, dalla chirurgia ai Pronto soccorso.
Il nodo, per il Friuli Venezia Giulia, non riguarda solo i tempi degli interventi oncologici ma anche l’equilibrio complessivo della rete ospedaliera. Nel confronto politico acceso negli ultimi giorni, la consigliera regionale Manuela Celotti interviene mettendo in discussione il modo in cui la Giunta sta presentando i dati più recenti sulla sanità regionale.
Secondo l’esponente del Pd, i segnali positivi registrati non sarebbero sufficienti per parlare di un cambio di passo strutturale. Anzi, osserva, quei risultati verrebbero enfatizzati mentre restano ancora da concretizzare le parti decisive del piano dedicato all’oncologia.
Il punto politico aperto sui risultati
Celotti sostiene che il Friuli Venezia Giulia non possa accontentarsi di recuperi limitati, soprattutto alla luce del posizionamento della regione nel confronto nazionale. Nella sua lettura, i miglioramenti procedono con lentezza e non bastano a cancellare un arretramento rispetto a realtà che in passato avevano performance peggiori.
Per la consigliera c’è anche un problema di coerenza nell’impostazione del dibattito pubblico: non si può, afferma, attribuire i passi avanti a una rete oncologica che nelle sue componenti principali non sarebbe ancora entrata a regime.
Il timore per i presidi spoke del Friuli Venezia Giulia
Al centro della critica c’è il ruolo degli ospedali spoke, che secondo Celotti rischiano un ulteriore indebolimento. Il riferimento è alle attività chirurgiche considerate fondamentali non solo per la presa in carico dei pazienti oncologici, ma anche per la funzionalità generale dei presidi ospedalieri distribuiti sul territorio.
La consigliera ricorda che questo allarme viene sollevato da tempo e richiama anche le valutazioni espresse, a suo dire, da esperti e società scientifiche. Il timore è che una riorganizzazione mal calibrata sottragga competenze decisive ai centri periferici, con effetti che andrebbero oltre il singolo reparto.
Dove concentrare gli interventi più complessi
Nel ragionamento di Celotti c’è una distinzione precisa tra la chirurgia ad alta specializzazione e quella che resta essenziale nei presidi di base. La consigliera sostiene che il confronto dovrebbe partire dagli interventi oncologici più complessi, come quelli su fegato e pancreas, che per numeri e professionalità necessarie potrebbero essere concentrati in un unico centro regionale.
La domanda che pone è diversa per altre attività, come gli interventi su colon, retto e vescica. In questo caso, osserva, si tratta di prestazioni legate a patologie diffuse e per questo rilevanti anche per mantenere una presenza chirurgica solida negli ospedali spoke.
Le ricadute su chirurgia generale e Pronto soccorso
Uno degli aspetti su cui Celotti insiste maggiormente riguarda la tenuta dei Pronto soccorso. Se nei presidi territoriali dovessero ridursi le competenze chirurgiche, avverte, verrebbe meno un supporto ritenuto importante anche per la gestione complessiva dell’emergenza-urgenza.
Il ragionamento si allarga così all’intera organizzazione sanitaria regionale. Per la consigliera, il piano oncologico non dovrebbe trasformarsi in un passaggio che finisce per ridurre posti letto, attività e capacità operative degli ospedali di base.
Nella sua valutazione finale, il Friuli Venezia Giulia parte già da una condizione delicata rispetto agli standard nazionali per disponibilità di posti letto, numero di ospedali in rapporto alla popolazione e tasso di ospedalizzazione. Da qui l’invito a evitare nuovi tagli di competenze nei presidi territoriali, tema che in regione resta centrale nel confronto sulla sanità pubblica.