Bronchite cronica ed enfisema, studio UniUd apre nuove prospettive terapeutiche

Ricerca coordinata dall’Università di Udine individua nuovi biomarcatori per la bronchite cronica ostruttiva

06 febbraio 2026 10:53
Bronchite cronica ed enfisema, studio UniUd apre nuove prospettive terapeutiche -
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UDINE – Una ricerca sulla bronchite cronica ed enfisema polmonare (broncopneumopatia cronica ostruttiva), coordinata dall’Università di Udine, ha identificato i parametri (biomarcatori) che misurano le limitazioni del funzionamento dei principali organi coinvolti nella patologia, in particolare quelli dell’attività fisica. Allo studio ha lavorato il gruppo di fisiologia, coordinato da Bruno Grassi, del Dipartimento di Medicina dell’Ateneo friulano, in collaborazione con le Università di Pavia e di Verona. Si tratta di un Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale (Prin) di durata biennale finanziato con 240 mila euro dal Ministero dell’università e della ricerca.

«Seguendo un approccio traslazionale, di trasferimento delle conoscenze dai test di laboratorio al letto del malato – spiega il professor Grassi –, lo studio ha evidenziato una serie di biomarcatori delle limitazioni funzionali del paziente con bronchite cronica che vanno ben al di là della funzione polmonare e che dovranno essere tenuti in attenta considerazione nella valutazione dei pazienti e nell’impostazione e nel monitoraggio dell’efficacia degli interventi terapeutici e riabilitativi».

La patologia e le conseguenze

La broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), cioè la bronchite cronica ed enfisema polmonare, è una patologia molto diffusa, spesso grave e invalidante. È caratterizzata da un andamento cronico, progressivamente ingravescente e da riacutizzazioni periodiche. Anche se la sede principale è l’apparato respiratorio, è una patologia sistemica che interessa molti organi e funzioni dell’organismo umano. In particolare, la funzione cardiovascolare, quella microvascolare (i vasi sanguigni di dimensioni microscopiche) e il muscolo scheletrico. Il coinvolgimento del muscolo scheletrico contribuisce a ridurre la capacità di sostenere attività fisica che a sua volta penalizza, in maniera sostanziale, le capacità lavorative, ricreazionali, il quadro clinico e la qualità di vita.

I risultati

Nei pazienti seguiti dallo studio sono stati individuati biomarcatori che quantificano, in maniera oggettiva: la riduzione della capacità di esercizio, la ridotta funzione cardiopolmonare, la riduzione della forza e del trofismo muscolare (sarcopenia), la compromissione della funzione microvascolare e dell’endotelio dei vasi, le alterazioni dei meccanismi di produzione di energia (metabolismo energetico) del muscolo.

Sono stati individuati, inoltre, biomarcatori di inefficienza della ventilazione polmonare e di compromissione degli scambi respiratori polmonari (assunzione di ossigeno ed eliminazione di anidride carbonica). Questi indicatori sono basati sulla misurazione, con metodi non-invasivi, della pressione parziale di ossigeno a livello transcutaneo, a riposo e durante l’esercizio.

I pazienti sono stati, infine, sottoposti a prelievo bioptico di un campione di muscolo della coscia. Questo ha permesso di identificare biomarcatori proteomici e morfologici riguardanti il livello di infiammazione e la funzione metabolica ossidativa del muscolo. Le analisi successive hanno dimostrato che, sorprendentemente, il i mitocondri (gli organelli intracellulari deputati tra l’altro a produrre energia) del muscolo mantengono una buona funzione metabolica dimostrando una notevole resilienza a decenni di patologia.

«Questa osservazione – spiega Bruno Grassi – potrebbe rivestire un notevole interesse dal punto di vista terapeutico e riabilitativo. Dimostrerebbe, infatti, che i mitocondri delle fibre del muscolo scheletrico, e presumibilmente anche di altri tessuti, sono relativamente integri e sono pronti a funzionare correttamente qualora venissero messi in condizioni, con terapie mirate ed efficaci, di ricevere sufficienti livelli di ossigeno».

Infine, è stato visto che nei due anni della ricerca i pazienti studiati non hanno avuto riacutizzazioni della malattia. Si tratta di persone con gravità intermedia o grave della patologia, tutte sottoposte a un trattamento standard con tre farmaci: beta2-agonisti e broncodilatatori anticolinergici entrambi a lunga durata d’azione e corticosteroidi inalatori. «I dati emersi – rileva il professor Grassi – suggeriscono che tale trattamento è in grado di prevenire lo sviluppo delle riacutizzazioni periodiche della malattia, eventi che influiscono negativamente sull’evoluzione clinica dei pazienti nel lungo periodo».

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