Più fondi alla sanità, ma il nodo resta l’equità dei servizi: la richiesta delle Regioni riapre il confronto
Nel triennio 2027-2029 le Regioni puntano a ottenere oltre 18 miliardi aggiuntivi. Nursing Up avverte: senza correttivi, i divari tra territori resteranno.
Il confronto sulla prossima legge di Bilancio rimette al centro una questione che riguarda da vicino anche il Friuli Venezia Giulia: quante risorse servono davvero alla sanità pubblica e, soprattutto, come distribuirle in modo da non lasciare indietro pezzi di Paese.
Le Regioni hanno avanzato al Governo una richiesta complessiva di oltre 18 miliardi di euro in più per il periodo 2027-2029. Un aumento rilevante, che secondo il sindacato Nursing Up può essere utile solo se accompagnato da una strategia capace di ridurre gli squilibri tra sistemi sanitari regionali.
La proposta economica prevede 6,8 miliardi per il 2027, 5,4 miliardi per il 2028 e altri 5,7 miliardi per il 2029. Tra i capitoli indicati come prioritari ci sono gli organici, gli stipendi di medici e infermieri, l’emergenza-urgenza e il peso crescente di farmaci e trattamenti innovativi. La definizione finale, emersa nel confronto tra le Regioni e riportata da Quotidiano Sanità, dovrà comunque passare dal negoziato con l’esecutivo.
Non basta finanziare: il tema è come si riduce la distanza tra territori
Per Nursing Up il punto non si esaurisce nella cifra. Il presidente nazionale Antonio De Palma richiama infatti il significato concreto dei livelli essenziali di assistenza: le prestazioni fondamentali dovrebbero essere garantite in modo uniforme, mentre nella pratica prevenzione, servizi territoriali e risposta ospedaliera cambiano ancora sensibilmente da una zona all’altra del Paese.
È un tema che interessa anche il Nordest, dove la tenuta complessiva del sistema non cancella le differenze interne e le difficoltà delle aree meno attrattive. Il sindacato insiste sulla necessità di una regia più omogenea tra Stato e autonomie regionali, con obiettivi chiari su personale, liste d’attesa, organizzazione dei servizi e assistenza di prossimità.
La fotografia dei Lea e il peso del divario geografico
Nel monitoraggio 2024 del Ministero della Salute, 18 tra Regioni e Province autonome su 21 raggiungono la soglia di sufficienza nelle tre aree dell’assistenza. Ma il dato generale, da solo, non descrive la profondità delle differenze.
La lettura proposta dalla Fondazione GIMBE sugli stessi numeri mostra infatti una distribuzione molto sbilanciata: tra le prime dieci realtà per punteggio complessivo, sette appartengono al Nord, due al Centro e una sola al Sud, la Puglia. Nella parte bassa della graduatoria, esclusa Bolzano, compaiono invece soltanto regioni meridionali.
Per De Palma le specificità locali vanno riconosciute, ma non possono tradursi in opportunità di cura diverse in base al luogo di residenza. Da qui la richiesta di una linea nazionale più coerente, capace di evitare che l’autonomia organizzativa produca diritti sanitari troppo differenti.
Quando i pazienti si spostano, il sistema mostra le sue crepe
Un altro indicatore significativo è quello della mobilità sanitaria tra regioni. Secondo un report della Fondazione GIMBE, nel 2023 i flussi economici legati alle cure ricevute fuori dal territorio di appartenenza hanno toccato i 5,15 miliardi di euro.
Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto assorbono il 95,1% del saldo attivo, mentre Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna concentrano il 78,2% del saldo passivo. Nursing Up osserva che non ogni spostamento coincide automaticamente con una fuga sanitaria, perché incidono anche l’alta specializzazione, la libertà di scelta e la vicinanza geografica. Tuttavia, quando il fenomeno assume proporzioni così marcate, diventa anche il segnale di una capacità diseguale di rispondere ai bisogni di salute.
Nel dibattito rientra anche la difficoltà di coprire gli organici nelle aree più fragili, questione che tocca da vicino pure il territorio friulano e più in generale le zone periferiche del Friuli Venezia Giulia, dove attrarre personale resta uno dei nodi aperti.
Aree interne, rinunce alle visite e spesa sanitaria sotto la media europea
Le disuguaglianze non si leggono soltanto lungo l’asse Nord-Sud. Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat segnala che nelle aree interne vivono 13,3 milioni di persone, cioè il 22,6% della popolazione. Tra gli under 75 residenti in questi territori si registrano minore ricorso all’assistenza ambulatoriale, più ricoveri, maggiore mobilità ospedaliera verso altre regioni e una mortalità evitabile più alta rispetto a chi vive nelle aree centrali.
A pesare è anche la rinuncia alle prestazioni. L’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” indica che nel 2024 circa 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico pur avendone necessità. L’anno precedente erano 4,5 milioni.
Il quadro si inserisce inoltre in un contesto di spesa sanitaria inferiore alla media europea. Il Country Health Profile 2025 di Ocse e Commissione europea riferisce che nel 2023 l’Italia ha destinato alla sanità l’8,4% del Pil, contro il 10% medio dell’Unione. In valore pro capite e a parità di potere d’acquisto significa 3.086 euro per abitante, a fronte dei 3.832 euro medi Ue.
Per il sindacato, l’aumento di risorse chiesto dalle Regioni avrà un senso solo se produrrà più personale, servizi più solidi e un accesso alle cure meno diseguale. Il punto politico e sanitario, anche per i territori del Friuli, resta qui: evitare che il sistema pubblico continui a offrire risposte troppo diverse a seconda del codice di avviamento postale.