Il Piccolo Opera Festival porta il tema della libertà dentro il carcere di Gorizia: lungo applauso per il dittico
Nella Casa circondariale del capoluogo isontino debutto accolto con grande calore per “Il Prigioniero” e per la novità assoluta “Il Sigillo”.
Non è stata una serata come le altre per Gorizia: la Casa circondariale si è trasformata in palcoscenico per uno degli appuntamenti più intensi del Piccolo Opera Festival, che ha scelto di portare musica e teatro in un luogo dove il tema della libertà assume un significato concreto e immediato.
Sabato 27 giugno 2026 il pubblico ha accolto con un applauso prolungato il dittico formato da “Il Prigioniero” e “Il Sigillo”, proposta che rientra nella 19ª edizione del festival. Al centro dell’iniziativa non c’era soltanto il valore artistico dell’allestimento, ma anche la sua forza civile e simbolica.
Nel corso della serata è stato richiamato il senso più profondo del progetto: dignità, possibilità di riscatto, partecipazione e comunità. Un’impostazione condivisa anche dalla direttrice della struttura Caterina Leva e dal direttore artistico Gabriele Ribis.
Un debutto costruito tra memoria e presente
La serata goriziana ha accostato due lavori molto diversi ma dialoganti. Da una parte “Il Prigioniero” di Luigi Dallapiccola, dall’altra “Il Sigillo”, nuova composizione di Maurizio Agostini su libretto di Maria Carla Curia, presentata per la prima volta al pubblico.
La regia è stata firmata da Davide Garattini Raimondi, con la direzione musicale di Mario Ruffini. L’idea del dittico ha messo in relazione la memoria delle persecuzioni del Novecento con domande ancora aperte sul presente, in un percorso che richiama parole essenziali come speranza, fratellanza e libertà.
L’iniziativa si inserisce anche nel programma dedicato ai cinquant’anni dalla scomparsa di Dallapiccola, sviluppato insieme all’Accademia Musicale Chigiana e al Centro Studi Dallapiccola.
Il coinvolgimento diretto dei detenuti
Uno degli aspetti più significativi dell’allestimento è stato il contributo di alcuni detenuti, chiamati a prendere parte al cast con il sostegno dei referenti dei percorsi educativi interni e dell’associazione Fierascena APS.
I partecipanti hanno portato in scena “Il Campanello”, breve testo in prosa scritto da Garattini e utilizzato come apertura dell’opera di Agostini. Una scelta che ha rafforzato il legame tra lo spazio della rappresentazione e il contenuto del progetto artistico.
Proprio l’uso del carcere come luogo scenico ha dato all’intero lavoro un peso particolare, coerente con il cammino che il festival sta sviluppando in questi giorni tra Gorizia, Trieste e altri luoghi del territorio.
Interpreti, coro e accompagnamento musicale
Tra le prove che hanno raccolto maggiore consenso c’è stata quella di Federico Lepre, interprete del parroco segnato dal tormento interiore ne “Il Sigillo”. In “Il Prigioniero” erano invece impegnati Tamon Inoue nel ruolo del protagonista, Arlene Miatto Albeldas come madre, Enrico Basso come carceriere e grande inquisitore, ancora Lepre come primo sacerdote e Stefan Petković come secondo sacerdote.
Di rilievo anche la presenza scenica del gruppo di figure mute affidate a Oriana Galluzzo, Sandro Zampa, Letizia Candotto, Viola Marega, Sergey Egorov e Mariia Kozlova.
La parte musicale è stata sostenuta da Riccardo Burato al pianoforte, Elisabeth Zawadke all’organo e Pierluigi Corvaglia alle percussioni, insieme al Coro del Teatro Nazionale Croato Ivan pl. Zajc di Rijeka/Fiume.
La prossima tappa del progetto
Dopo l’esordio goriziano, il dittico raggiungerà Trieste lunedì 29 giugno con la rappresentazione alla Risiera di San Sabba, prevista in co-organizzazione con il Comune di Trieste.
Nel calendario del Piccolo Opera Festival figurano anche altri appuntamenti, tra cui “L’Ape musicale di Da Ponte” al Castello di Spessa, ma il lavoro presentato a Gorizia resta uno dei passaggi più forti di questa edizione, proprio per la capacità di unire qualità musicale e riflessione civile.
La replica triestina riproporrà lo stesso impianto artistico, confermando un progetto che nel capoluogo isontino ha lasciato un segno netto: non solo uno spettacolo apprezzato, ma un’esperienza che ha messo il pubblico davanti al senso più concreto della parola libertà.