Friuli-Venezia Giulia tra le regioni con pensioni più alte, ma l’allarme resta: assegni futuri più leggeri

L’analisi di Unsic sui dati Inps colloca il Friuli-Venezia Giulia al settimo posto per importo medio lordo. Il nodo, però, riguarda soprattutto le prossime generazioni.

20 ottobre 2026 12:41
Friuli-Venezia Giulia tra le regioni con pensioni più alte, ma l’allarme resta: assegni futuri più leggeri -
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Il Friuli-Venezia Giulia si colloca nella parte alta della graduatoria nazionale delle pensioni, con un importo lordo medio annuo vicino ai 24.200 euro. Un dato che fotografa un territorio ancora sostenuto da carriere lavorative solide in comparti come manifattura, logistica portuale e pubblico impiego, ma che non cancella il problema indicato da Unsic: nel giro di dieci anni gli assegni dei nuovi pensionati potrebbero ridursi in modo significativo.

L’organizzazione datoriale, che fa parte del Cnel, ha esaminato l’andamento dei redditi pensionistici italiani sulla base dei dati Inps. Il quadro nazionale mostra oltre 16 milioni di pensionati e un importo medio lordo annuo pari oggi a 22.621 euro pro capite. Nell’ultimo decennio la crescita è stata di circa 400 euro, ma l’aumento dei prezzi ne ha in buona parte ridimensionato gli effetti reali. La spesa pensionistica complessiva, nel 2025, è stata pari a 372,45 miliardi di euro.

Il posizionamento del Friuli nel confronto con il resto d’Italia

Nella classifica regionale il Friuli-Venezia Giulia è settimo. Davanti ci sono Lombardia, provincia di Bolzano, Valle d’Aosta, Liguria, Lazio e Piemonte. Subito dietro si collocano Emilia-Romagna e Toscana. Per una regione di dimensioni contenute, il piazzamento conferma il peso di una struttura economica che negli anni ha prodotto retribuzioni mediamente più robuste rispetto ad altre aree del Paese.

Secondo la lettura proposta da Unsic, a incidere sono soprattutto la presenza del settore industriale, le attività legate ai porti e una quota rilevante di occupazione pubblica. Sono elementi che hanno favorito storie contributive più continue, con riflessi diretti sull’entità delle pensioni oggi in pagamento.

Perché il quadro potrebbe peggiorare

Il punto critico, però, riguarda chi andrà in pensione nei prossimi anni. A pesare sarà il passaggio sempre più marcato verso il sistema contributivo puro, destinato a sostituire quasi del tutto il regime misto che combinava quote calcolate con il vecchio metodo retributivo e quote contributive. Con il venir meno delle componenti più favorevoli del passato, gli assegni medi tenderanno ad abbassarsi.

Unsic richiama anche un altro aspetto: il mercato del lavoro è cambiato. Le carriere lunghe, lineari e stabili che in passato hanno sostenuto pensioni più consistenti sono meno diffuse. In parallelo cresce il numero dei pensionati, con una pressione maggiore sulla finanza pubblica e su un equilibrio sociale che in molte famiglie si regge anche sul reddito degli anziani.

Il presidente dell’associazione, Domenico Mamone, sottolinea che nel prossimo decennio il sistema misto diventerà residuale e che, di conseguenza, gli importi saranno più contenuti. Un passaggio che, nella lettura dell’organizzazione, rischia di avere effetti non solo previdenziali ma anche sociali, perché la pensione continua a rappresentare un sostegno economico decisivo in molti nuclei familiari.

Le differenze tra categorie e territori

L’analisi evidenzia che gli importi non sono uniformi. Le pensioni anticipate viaggiano mediamente attorno ai 27mila euro lordi annui, quelle di vecchiaia si fermano a 16.650 euro e interessano circa 11,5 milioni di persone. Più bassi gli assegni ai superstiti, intorno a 12.480 euro, e quelli per invalidità previdenziale, circa 10.686 euro. Anche l’assegno sociale è cresciuto negli anni, passando da 448,07 euro mensili del 2016 agli attuali 546,24 euro.

Restano inoltre ampie differenze geografiche e di genere. Nel Mezzogiorno gli importi medi mensili risultano più bassi di circa 350 euro rispetto al Centro-Nord. Sul fronte uomini-donne, il divario medio annuo indicato da Unsic è di circa 6mila euro a favore dei primi. Tra i profili più esposti vengono segnalati anche coloro che lasciano il lavoro prima, perché il coefficiente di trasformazione legato all’età produce assegni meno elevati.

Per il Friuli-Venezia Giulia, dunque, il settimo posto nazionale racconta una tenuta ancora visibile del sistema previdenziale regionale. Ma il dato attuale, da solo, non basta a rassicurare: la questione vera si sposta già oggi sul futuro degli assegni e sulla capacità del territorio di sostenere carriere stabili e contributi adeguati anche per le generazioni che devono ancora arrivare alla pensione.

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