Carceri del Friuli Venezia Giulia, al via il percorso universitario: primi 34 detenuti già pronti
Accordo triennale tra Regione, atenei di Udine e Trieste e amministrazione penitenziaria per portare corsi e tutoraggio negli istituti del territorio.
Lo studio universitario entra anche negli istituti penitenziari del Friuli Venezia Giulia con un progetto di durata triennale che punta a rendere possibile, per i detenuti interessati, l’accesso ai corsi accademici e, nei casi in cui sarà sostenibile, il conseguimento della laurea.
L’iniziativa riguarda l’intero sistema carcerario regionale e parte da un dato già emerso nel monitoraggio preliminare: tra i circa 700 detenuti presenti nelle strutture del territorio, più di 150 avrebbero i requisiti per iscriversi all’università e 34 sarebbero già nelle condizioni di iniziare un percorso di studi.
Per il Friuli Venezia Giulia si tratta di un passaggio che amplia l’offerta formativa già attiva in carcere. Accanto ai percorsi professionalizzanti sostenuti dalla Regione attraverso il Fondo sociale europeo, per un investimento di 2 milioni di euro, viene aggiunta ora una filiera dedicata alla formazione accademica.
Un’intesa regionale che coinvolge atenei e sistema penitenziario
La partenza operativa segue la convenzione quadro firmata il 25 giugno da Regione, Università degli studi di Trieste, Università degli studi di Udine, Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria del Triveneto e Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna.
L’impostazione scelta è quella di un sistema stabile, non di un intervento occasionale. L’obiettivo è far sì che il diritto allo studio possa trovare applicazione anche dentro le carceri, provando a ridurre i vincoli organizzativi che normalmente rendono difficile frequentare un percorso universitario durante la detenzione.
La prima fase: mappatura, strumenti e orientamento
Il primo passaggio sarà una ricognizione negli istituti penitenziari della regione per capire quanti detenuti siano realmente interessati, quali titoli di studio possiedano e verso quali ambiti disciplinari si orientino. Da questa base dovranno nascere linee guida condivise e una verifica concreta delle dotazioni tecnologiche disponibili nelle diverse strutture.
Il progetto prevede anche il coinvolgimento di studenti universitari e neolaureati in attività di tutoraggio. Il loro compito sarà accompagnare gli studenti detenuti nello studio, nell’organizzazione del percorso e nell’accesso ai materiali didattici, costruendo un sostegno continuativo e non solo formale.
Secondo quanto illustrato dall’assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Università Alessia Rosolen, il traguardo non si esaurisce nell’iscrizione a un corso. L’idea è accompagnare la persona dall’orientamento fino agli eventuali tirocini e alle opportunità successive, così da trasformare il titolo di studio in una competenza utile anche fuori dal carcere.
I profili emersi nelle carceri del Friuli Venezia Giulia
Il quadro numerico è stato richiamato da Alberto Quagliotto, dirigente del provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Nei cinque istituti penitenziari regionali, ha spiegato, c’è già una platea potenziale significativa da cui partire.
Gli interessi raccolti nella fase di monitoraggio sono eterogenei: tra le aree indicate compaiono Intelligenza artificiale, economia e discipline umanistiche. Un elemento che conferma come la domanda formativa non sia limitata a un solo indirizzo, ma richieda un’offerta capace di adattarsi a percorsi e aspettative differenti.
Udine e Trieste al centro del progetto formativo
Per gli atenei regionali l’accordo rappresenta anche un’assunzione di responsabilità sul piano sociale. Il rettore dell’Università di Udine Angelo Montanari ha richiamato il valore della collaborazione istituzionale e il legame tra studio, funzione rieducativa della pena e partecipazione della comunità universitaria.
In questa cornice, il tutoraggio tra pari viene considerato uno degli strumenti più utili: aiuta chi studia in condizioni difficili, ma può avere effetti anche fuori dalle carceri, contribuendo a ridurre stereotipi e distanza tra mondo universitario e realtà penitenziaria.
Nel corso della presentazione è stato inoltre sottolineato il significato più ampio dell’iniziativa: tradurre principi già presenti nell’ordinamento in pratiche concrete, capaci di restituire centralità alla persona. Sara Arata di Uiepe Trieste ha evidenziato come accesso allo studio, crescita individuale e reinserimento sociale possano procedere insieme, a beneficio non solo dei detenuti ma dell’intera comunità regionale.