Aviano, dal CRO un nuovo filone di ricerca contro il tumore ovarico che non risponde più al platino

Pubblicato uno studio del centro oncologico friulano: nei test preclinici l’inibizione di CDK12 e CDK13 ha riaperto la risposta alla chemioterapia.

09 settembre 2026 10:21
Aviano, dal CRO un nuovo filone di ricerca contro il tumore ovarico che non risponde più al platino -
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Dal polo oncologico di Aviano arriva un risultato che potrebbe aprire una strada nuova nella cura delle forme di tumore ovarico più difficili da trattare. Il Centro di Riferimento Oncologico ha infatti coordinato uno studio che ha messo a fuoco un meccanismo biologico legato alla perdita di efficacia della chemioterapia a base di platino.

Il dato, per ora, riguarda esclusivamente la ricerca preclinica: esperimenti su cellule e modelli animali. Ma l’indicazione emersa è considerata rilevante perché suggerisce un modo per rendere di nuovo attaccabili cellule tumorali diventate refrattarie ai trattamenti standard.

Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Signal Transduction and Targeted Therapy e porta la firma del gruppo di Oncologia molecolare e modelli preclinici di progressione tumorale del CRO, guidato dal direttore scientifico Gustavo Baldassarre.

Il punto di partenza: le recidive che diventano più complesse

Nel tumore epiteliale dell’ovaio uno dei problemi principali resta la ricomparsa della malattia dopo una prima risposta alle cure. In molti casi, infatti, chirurgia e chemioterapia con platino e taxani riescono inizialmente a contenere il quadro clinico, ma con il tempo alcune cellule sviluppano difese che riducono l’effetto dei farmaci.

È proprio questo snodo che la ricerca di Aviano prova a colpire. Quando la neoplasia smette di rispondere al platino, le opzioni terapeutiche si restringono e la gestione clinica diventa più difficile. Per questo il CRO da anni concentra una parte del proprio lavoro sui meccanismi che stanno dietro alla resistenza.

La molecola studiata ad Aviano

Al centro dello studio c’è CT7439, una piccola molecola già entrata in sviluppo clinico. I ricercatori friulani hanno verificato che, associandola ai composti del platino, le cellule tumorali ovariche possono tornare più sensibili alla chemioterapia.

Secondo quanto spiegato dalla prima autrice Ilenia Pellarin, l’effetto è stato osservato anche in cellule che avevano già acquisito resistenza. Nei modelli sperimentali la combinazione ha dato risultati migliori rispetto all’uso separato dei trattamenti.

Tra gli esiti rilevati ci sono una riduzione dell’ascite, meno metastasi e una diminuzione del carico tumorale complessivo. Negli animali portatori del tumore, inoltre, la sopravvivenza osservata è risultata raddoppiata rispetto al gruppo non trattato. Si tratta però di dati che non possono essere trasferiti automaticamente alle pazienti.

Che cosa fanno CDK12 e CDK13

Lo studio si è concentrato sul ruolo di CDK12, proteina coinvolta nei processi che regolano trascrizione e metabolismo dell’RNA, insieme a CDK13. Bloccando farmacologicamente entrambe, il gruppo di ricerca ha registrato alterazioni profonde nel modo in cui l’RNA viene prodotto e processato all’interno della cellula tumorale.

Questo passaggio è importante perché interessa anche geni coinvolti nella risposta ai danni provocati dalla chemioterapia e nella riparazione del DNA. In sostanza, interferendo con questi circuiti, la cellula malata perderebbe una parte delle sue capacità di difesa e tornerebbe più esposta all’azione del platino.

La corresponsabile dello studio Valentina Rossi ha spiegato che l’analisi molecolare ha permesso di chiarire come CDK12 influenzi il metabolismo dell’RNA di geni chiave nella risposta ai farmaci. Il lavoro attribuisce a questa proteina non solo un ruolo nella riparazione del DNA, ma anche nella regolazione della trascrizione e dello splicing alternativo.

Un possibile punto debole anche nella resistenza al nuovo inibitore

Uno degli aspetti ritenuti più interessanti riguarda le cellule che, nei test, erano diventate resistenti allo stesso CT7439. Invece di mostrare una maggiore capacità di sfuggire a tutti i trattamenti, queste cellule si sono dimostrate particolarmente vulnerabili al platino.

Per i ricercatori questo legame potrebbe significare che i due tipi di resistenza non viaggiano bene insieme. Se confermato, l’approccio combinato potrebbe non solo agire sulle forme già difficili da trattare, ma anche limitare la selezione di cellule capaci di sottrarsi a entrambe le terapie.

Il prossimo passaggio resta clinico

Il CRO di Aviano guarda ora alla possibilità di trasferire questi risultati fuori dal laboratorio. L’istituto sta lavorando alla progettazione di uno studio clinico sul tumore epiteliale dell’ovaio e punta a verificare sicurezza, tossicità e reale attività terapeutica della combinazione tra CT7439 e platino.

Baldassarre ha ricordato che questo percorso potrà svilupparsi anche grazie a un accordo di co-sviluppo con l’azienda biofarmaceutica irlandese che ha realizzato la molecola. Solo una sperimentazione sulle pazienti, però, potrà dire se il vantaggio visto nei modelli preclinici si tradurrà in un beneficio concreto.

La ricerca è stata sostenuta da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, dai fondi strutturali del Ministero della Salute e da un progetto di co-sviluppo della Regione Friuli Venezia Giulia. Hanno collaborato anche SISSA, Università degli Studi di Milano, Carrick Therapeutics e Imperial College di Londra. Per il Friuli si tratta di un nuovo tassello che conferma il ruolo di Aviano come centro di riferimento nella ricerca oncologica, pur con la necessaria cautela: non è ancora una cura disponibile, ma una strategia promettente tutta da verificare nella pratica clinica.

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