A Trieste il confronto sulla difesa del patrimonio: dal clima ai conflitti, il Friuli Venezia Giulia guarda alla prevenzione
Nel convegno promosso dall’Università di Trieste e da MAB FVG focus su archivi, tutela internazionale, tecnologie e sicurezza delle opere.
Non c’è solo la conservazione ordinaria di musei, archivi e biblioteche: oggi la protezione del patrimonio culturale passa anche dalla capacità di rispondere a guerre, eventi climatici estremi, traffici illeciti e nuove fragilità digitali. È il quadro discusso a Trieste nelle giornate del 22 e 23 ottobre durante il convegno dedicato alle crisi contemporanee e agli strumenti necessari per affrontarle.
L’iniziativa è stata organizzata dal Sistema museale dell’Università di Trieste insieme a MAB FVG, il coordinamento regionale che riunisce professionisti di musei, archivi e biblioteche, con il patrocinio di Arte Generali, Comune di Palmanova e Scudo Blu Italia. Dal confronto è emersa una linea chiara: in Italia e in Europa esistono competenze e pratiche già attive, ma servono maggiore coordinamento, tecnologie aggiornate e risorse stabili.
Per il Friuli Venezia Giulia il tema ha un rilievo particolare, perché intreccia tutela, formazione e organizzazione territoriale. La regione ospita infatti istituzioni culturali diffuse e progetti che possono diventare punti di riferimento anche oltre i confini locali.
Il patrimonio come bersaglio e come memoria collettiva
Nel corso dei lavori è stato richiamato il cambiamento del contesto internazionale. Francesca Fiorentini, coordinatrice del Sistema Museale dell’Università degli Studi di Trieste, ha evidenziato come nelle crisi attuali i beni culturali possano diventare un obiettivo diretto, non soltanto un danno collaterale. Colpire monumenti, raccolte e luoghi della memoria significa infatti intaccare l’identità delle comunità.
Accanto ai conflitti, cresce poi il peso delle emergenze ambientali. Alluvioni, eventi meteorologici violenti e altre conseguenze della crisi climatica impongono di ripensare strumenti di protezione che non riguardano solo gli oggetti, ma anche il rapporto tra patrimonio e territorio.
Le regole da aggiornare e il nodo della cooperazione
Tra i punti più discussi c’è stato quello delle norme. Studiosi e relatori arrivati anche da realtà internazionali, tra cui il British Institute of International and Comparative Law di Londra e l’Accademia polacca delle scienze, hanno insistito sulla necessità di far dialogare meglio diritto umanitario, legislazioni penali nazionali e sovranazionali, oltre alle convenzioni UNESCO.
Durante il convegno è stato presentato anche il Rapporto 2026 di un gruppo di lavoro dell’International Law Association, che propone una revisione della Convenzione dell’Aja del 1954, testo centrale nella protezione dei beni culturali durante i conflitti armati. Il tema, emerso con forza, è l’adeguatezza di strumenti nati in un altro scenario storico rispetto alle crisi di oggi.
Archivi digitali, Ucraina e nuove questioni giuridiche
Un altro fronte cruciale riguarda gli archivi, compresi quelli digitali. Il caso dell’Ucraina è stato indicato come esempio concreto di problemi ormai attuali: il trasferimento di archivi su server collocati all’estero pone interrogativi su proprietà dei materiali, diritto d’autore, tutela dei dati personali, controllo delle informazioni e possibili modalità di restituzione in futuro.
Gli archivi non servono soltanto a custodire memoria. Possono diventare prove decisive per documentare distruzioni, sottrazioni e dispersioni di beni culturali, offrendo un supporto a richieste di restituzione, riparazione e procedimenti giudiziari. Da qui l’esigenza di strumenti di consultazione che mantengano leggibile il contesto storico e culturale dei documenti.
Traffici illeciti, fondi europei e ruolo della Procura europea
Nel dibattito è emerso anche il profilo investigativo ed economico della tutela. La Procura europea, attiva dal 2021 per i reati che danneggiano gli interessi finanziari dell’Unione, può intervenire anche quando il patrimonio culturale entra in vicende che coinvolgono risorse comunitarie o circuiti illeciti connessi a quei fondi.
In questo ambito resta decisiva la collaborazione con le autorità nazionali, compreso il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Il messaggio condiviso dai relatori è che la difesa dei beni culturali non può più essere considerata un settore isolato, ma una materia che incrocia sicurezza, finanza pubblica e cooperazione internazionale.
Palmanova, tecnologie e modelli operativi per il territorio
La parte più applicativa dell’incontro ha toccato esperienze che riguardano da vicino anche il Friuli Venezia Giulia. Sono stati richiamati gli interventi di Scudo Blu Italia, della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia e il progetto Recovery Art di Palmanova, deposito di sicurezza in costruzione pensato per accogliere opere a rischio e destinato anche ad attività di restauro e formazione.
Si è parlato inoltre di pratiche assicurative, con il contributo di Arte Generali, come strumento utile per rafforzare gli standard di verifica e documentazione nel mercato dell’arte. Sul versante tecnologico, spazio anche a telerilevamento e intelligenza artificiale, indicati come supporti possibili per contrastare scavi clandestini e traffici illegali.
Musei, gallerie e biblioteche davanti ai nuovi rischi
Le riflessioni finali hanno riguardato l’adattamento di musei e gallerie, comprese quelle dell’Università di Trieste, a uno scenario più complesso rispetto al passato. Prevenzione, pianificazione e formazione del personale sono stati indicati come elementi essenziali per aumentare la capacità di risposta delle istituzioni culturali.
Nel confronto è stato ribadito anche il contributo di biblioteche e lettura alla resilienza sociale, soprattutto tra i più giovani. Un passaggio che, per una regione come il Friuli Venezia Giulia, riporta il patrimonio culturale al suo significato più concreto: non solo beni da custodire, ma presìdi civili da rendere più forti davanti alle crisi del presente.