Uncem FVG con il sindaco di Preone: “Così si rischia di fermare la protezione civile”

Uncem FVG al fianco del sindaco di Preone: timori per i comuni montani e per il futuro del volontariato di protezione civile.

01 aprile 2026 18:50
Uncem FVG con il sindaco di Preone: “Così si rischia di fermare la protezione civile” -
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TOLMEZZO – Uncem FVG prende posizione e lo fa con parole nette, scegliendo di stare al fianco del sindaco di Preone Andrea Martinis e del coordinatore del gruppo comunale di Protezione civile, dopo la condanna pronunciata nell’ambito della vicenda legata alla morte del volontario di Pc. Una presa di posizione forte, pubblica, politica e istituzionale allo stesso tempo, che non entra in contrasto con il rispetto dovuto alla decisione del Tribunale né con il dovere di custodire la memoria di chi ha perso la vita in quel tragico episodio del luglio 2023, ma che punta i riflettori su un punto ben preciso: le possibili conseguenze che questa vicenda potrebbe avere nei territori montani, nei piccoli Comuni e, più in generale, sull’intero sistema del volontariato impegnato nelle emergenze.

La questione, secondo l’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani del Friuli Venezia Giulia, non riguarda soltanto un singolo procedimento giudiziario o una singola realtà locale. Il nodo è molto più ampio e investe il rapporto tra responsabilità amministrativa, gestione del rischio, disponibilità dei volontari e tenuta di un presidio fondamentale nelle aree più fragili della regione. Proprio per questo l’intervento di Uncem FVG assume un peso particolare: non è soltanto un gesto di vicinanza, ma un richiamo alle istituzioni affinché si affronti una materia destinata a incidere profondamente sulla vita dei piccoli centri montani, dove il ruolo del sindaco e delle squadre di protezione civile è spesso decisivo, quotidiano e insostituibile.

Nel suo intervento, Uncem FVG parte da una premessa chiara: il rispetto per la sentenza e il cordoglio per la perdita del volontario non vengono meno. Ma, proprio dentro questo quadro, emerge la necessità di riflettere sugli effetti che una decisione di questo tipo può produrre nei Comuni di montagna. Località dove le amministrazioni lavorano spesso con risorse limitate, personale ridotto, mezzi non sempre abbondanti e una mole di responsabilità che, al contrario, non smette di crescere.

Per l’associazione che rappresenta i territori montani, il punto più delicato è tutto qui: nei paesi di montagna il sindaco non è soltanto una figura istituzionale. È spesso il primo riferimento della comunità, il punto di raccordo tra cittadini, volontari, strutture operative, enti sovracomunali e servizi regionali. Nelle emergenze, poi, questa centralità diventa ancora più evidente. Il primo cittadino, infatti, agisce anche come autorità locale di protezione civile, trovandosi a operare in contesti dove il tempo di reazione è determinante e dove fenomeni naturali e meteorologici critici possono presentarsi con frequenza, rapidità e intensità maggiore rispetto ad altri territori.

Da qui nasce la domanda che Uncem pone con forza e che pesa come un macigno sul dibattito pubblico: quanti saranno disposti, in futuro, ad assumersi simili responsabilità? E ancora: quanti volontari continueranno a mettersi a disposizione se percepiranno un quadro di rischio sempre più elevato anche sul piano personale e giudiziario?

Sono interrogativi che non riguardano soltanto Preone, ma l’intera montagna friulana e, in prospettiva, tutti quei territori italiani dove il volontariato rappresenta l’ossatura concreta della risposta alle emergenze. Una struttura fatta di persone che dedicano tempo, energie e competenze alla collettività, spesso in forma gratuita, spinti da spirito civico e senso di appartenenza.

L’intervento di Uncem FVG insiste su un concetto preciso: nei Comuni montani i rischi sono più alti e più frequenti. Non si tratta di una formula retorica, ma di una realtà che gli amministratori locali conoscono bene. I paesi dell’arco montano convivono con fragilità orografiche, meteorologiche, ambientali e demografiche che rendono l’azione amministrativa più complessa e più esposta.

La montagna è un territorio dove il dissesto idrogeologico, le precipitazioni intense, i movimenti franosi, le criticità legate ai corsi d’acqua, le nevicate, le gelate, le interruzioni della viabilità e le emergenze boschive non rappresentano eventualità remote, ma elementi ricorrenti della quotidianità. In queste condizioni, l’organizzazione della protezione civile non è un tassello accessorio dell’amministrazione pubblica: è una funzione vitale, strutturale, spesso decisiva per la sicurezza delle comunità.

È in questo scenario che la condanna del sindaco di Preone e del coordinatore locale di Pc viene letta da Uncem come un fatto destinato a produrre ricadute profonde. Nei territori montani, infatti, il sistema di gestione del rischio è strettamente collegato alla disponibilità delle persone a mettersi in gioco. Se si incrina il rapporto di fiducia tra volontari, amministratori e quadro normativo, a indebolirsi non è soltanto l’azione di chi guida i Comuni, ma la capacità stessa delle comunità di reagire alle emergenze.

Il Friuli Venezia Giulia, sotto questo profilo, viene spesso indicato come una realtà di riferimento, grazie a un sistema di volontariato di protezione civile ampio, radicato e riconosciuto. Proprio per questo le parole di Uncem assumono un significato ancora più forte: se persino un modello considerato di eccellenza rischia di andare incontro a un clima di timore e paralisi, allora il tema non può essere sottovalutato.

A confermare la sensibilità della questione è anche il precedente dibattito politico e istituzionale nato attorno alla vicenda, già emerso dopo la sentenza sul caso De Paoli e le reazioni del presidente Fedriga, così come nella ricostruzione della condanna del sindaco di Preone e del coordinatore della Protezione civile, che aveva già acceso un confronto molto acceso sul tema delle tutele.

A dare voce alle preoccupazioni del territorio è il presidente di Uncem FVG, Ivan Buzzi, che è anche sindaco di Pontebba. Il suo intervento mette l’accento sul carattere concreto del problema e sul rischio che una vicenda di questo tipo possa produrre effetti a catena molto pesanti.

Secondo Buzzi, quello che emerge è una situazione seria, che genera forte preoccupazione soprattutto per i possibili riflessi nelle aree montane, dove le criticità legate ai fenomeni naturali e meteorologici si manifestano con più frequenza. Il suo ragionamento parte da un dato di realtà: nei piccoli Comuni non esistono strutture parallele o apparati alternativi pronti a sostituire il volontariato. Se quel presidio si indebolisce, la tenuta del territorio si fa più fragile.

Il presidente regionale dell’Uncem lancia così un messaggio che suona come una richiesta urgente di attenzione alla politica regionale e nazionale. Il rischio, nelle sue parole, è che un sistema di eccellenza come quello del volontariato di protezione civile del Friuli Venezia Giulia venga in qualche modo frenato, se non addirittura paralizzato, dal timore di conseguenze troppo pesanti per sindaci, coordinatori e volontari.

La sua riflessione non si limita però alla denuncia. Buzzi indica anche una direzione: non bisogna indebolire il volontariato, ma migliorarlo, rafforzarlo e potenziarlo, alleggerendo il carico delle responsabilità oggettive che oggi grava su chi opera sul campo o su chi, in qualità di amministratore, è chiamato a decidere in contesti delicatissimi. In altre parole, il punto non è sottrarre rigore o abbassare l’attenzione, ma costruire un sistema più equo, che protegga chi serve la collettività senza lasciare zone grigie o squilibri eccessivi.

Questa impostazione porta con sé una visione chiara della montagna: un territorio che non chiede privilegi, ma strumenti adeguati per affrontare condizioni più difficili e più complesse. Quando si governa un Comune montano, il margine tra decisione amministrativa, intervento urgente e assunzione di responsabilità è molto più sottile. È anche per questo che il timore di ricadute pesanti può incidere in maniera più drastica rispetto a quanto accade nei contesti urbani più strutturati.

Uno dei passaggi più delicati dell’intera vicenda riguarda la figura del sindaco. Nei piccoli Comuni, soprattutto in montagna, il primo cittadino si trova spesso a svolgere un numero enorme di funzioni, con uffici ridotti, risorse limitate e una esposizione continua alle richieste del territorio. Alla dimensione amministrativa si aggiunge quella della protezione civile, che nei contesti più fragili assume un peso operativo e umano ancora più forte.

Uncem sostiene che la sentenza rischi di colpire in modo molto duro proprio questo equilibrio già precario. Se il sindaco percepisce di poter essere travolto da responsabilità sproporzionate rispetto agli strumenti e alle condizioni reali in cui è chiamato ad agire, allora il problema non è più soltanto giuridico. Diventa anche democratico e istituzionale. Perché a quel punto si incrina la disponibilità stessa delle persone a candidarsi, a mettersi al servizio della comunità, ad assumersi ruoli di governo locale.

Il tema è stato sottolineato con decisione anche dal presidente nazionale di Uncem, Marco Bussone, che legge la vicenda come un colpo molto duro al percorso di garanzia e tutela dei sindaci. Il suo ragionamento è netto: quando viene minato il rapporto di fiducia tra eletto ed elettore, viene colpito un patto fondamentale della vita democratica locale. Nei piccoli Comuni questo patto è ancora più forte, perché il sindaco non è una figura distante, ma una presenza quotidiana, immediata, direttamente esposta.

Bussone richiama la necessità di interventi normativi e di un’azione istituzionale capace di affrontare una sfida storica. La questione, nelle sue parole, tocca anche il tema dell’auto responsabilità individuale da introdurre nell’ordinamento giuridico. È un passaggio importante, perché apre a un dibattito più ampio sulla distribuzione delle responsabilità, sul ruolo del volontario, sulla cornice normativa entro cui si muovono gli amministratori e sui limiti di un sistema che rischia di scaricare tutto su chi si trova in prima linea.

Quando si parla di protezione civile nei piccoli centri montani, si tende spesso a pensare soltanto agli aspetti tecnici: mezzi, interventi, allerte, procedure, turnazioni, emergenze. Ma il valore del volontariato va ben oltre la dimensione operativa. Nei paesi di montagna la protezione civile è anche un presidio sociale, una rete di relazioni, una forma concreta di presenza sul territorio, un modo attraverso cui la comunità si organizza e si prende cura di sé.

I volontari, infatti, non rappresentano soltanto una risorsa nei momenti più difficili. Sono anche parte del tessuto civile locale, un punto di riferimento nei paesi segnati dal calo demografico e dall’invecchiamento della popolazione. Nei territori montani, dove lo spopolamento continua a pesare e i servizi sono spesso più fragili, ogni associazione, ogni gruppo locale, ogni esperienza di volontariato contribuisce a mantenere viva la comunità.

Ecco perché l’allarme lanciato da Uncem non può essere letto come una semplice reazione di categoria o come una presa di posizione formale. Il rischio evocato è quello di una disaffezione progressiva, di un indebolimento lento ma pesante del volontariato, di una crescente difficoltà nel reperire persone disposte ad assumersi ruoli di responsabilità. Se ciò accadesse, le conseguenze non si misurerebbero solo in termini di operatività durante le emergenze, ma anche nella qualità della vita delle comunità montane.

Esperienze di presidio territoriale e di coordinamento sul campo restano fondamentali, come mostrano anche altre attività legate alla sicurezza e al monitoraggio ambientale, ad esempio i controlli della Protezione civile sul fiume Noncello con droni e natanti, oppure le esercitazioni che in montagna coinvolgono soccorso e gestione del rischio. Segnali che raccontano quanto sia centrale una presenza capillare e competente sul territorio.

La vicenda di Preone, proprio per il suo peso simbolico e per il profilo dei soggetti coinvolti, rischia di diventare un precedente capace di incidere ben oltre i confini del singolo Comune. Uncem teme un effetto domino: più cresce la percezione di esposizione personale, più può crescere la tentazione di fare un passo indietro, di evitare incarichi, di rinunciare a ruoli di coordinamento, di limitare la disponibilità all’impegno volontario.

È un meccanismo sottile ma potenzialmente devastante. In montagna, la qualità della risposta pubblica dipende molto dalla fiducia reciproca. Il sindaco deve poter contare sui volontari; i volontari devono sentirsi sostenuti dalle istituzioni; la comunità deve percepire che chi opera sul territorio è messo nelle condizioni di agire con serietà, competenza e tutele adeguate. Se uno di questi anelli si spezza, il sistema intero diventa più fragile.

Il punto è tanto più delicato in un’epoca in cui le emergenze non diminuiscono, ma anzi diventano più complesse. I cambiamenti climatici, la maggiore frequenza di eventi estremi, l’instabilità di alcuni versanti, le criticità idrogeologiche e la vulnerabilità della rete viaria montana rendono il lavoro della protezione civile sempre più impegnativo. In questo quadro, la prospettiva di un arretramento del volontariato o di una minore disponibilità da parte degli amministratori locali sarebbe un colpo durissimo.

Per Uncem, quindi, la questione non può essere affrontata in maniera episodica. Serve una riflessione strutturale, capace di mettere insieme livelli diversi: normativo, istituzionale, organizzativo e culturale. La montagna, in questa lettura, chiede di essere ascoltata nella sua specificità, perché i parametri con cui si guarda ai grandi centri non possono essere trasferiti automaticamente ai piccoli Comuni alpini o prealpini.

Nella posizione espressa da Uncem c’è un equilibrio che merita di essere sottolineato. L’associazione non contesta la magistratura e non si pone in una logica di contrapposizione con il Tribunale. Al contrario, ribadisce il rispetto per la decisione giudiziaria e, soprattutto, onora il dolore e la memoria del volontario che perse la vita. Ma proprio dentro questo rispetto, l’ente rivendica il diritto-dovere di sollevare un problema politico e istituzionale.

Il messaggio è chiaro: una sentenza può chiudere un capitolo processuale, ma può al tempo stesso aprire interrogativi molto profondi sul funzionamento di un sistema, sulle tutele previste dall’ordinamento e sulla sostenibilità delle responsabilità attribuite agli amministratori locali e ai coordinatori delle squadre di volontariato. È qui che, secondo Uncem, deve entrare in campo la politica, sia a livello regionale sia a livello nazionale.

La richiesta di Buzzi è esplicita: serve una presa in carico del problema. Non una reazione estemporanea, ma una linea d’azione che porti in tempi rapidi a individuare soluzioni. L’urgenza non viene motivata solo con la delicatezza del caso, ma con il rispetto dovuto a chi si dedica gratuitamente alla collettività. Un passaggio che rende molto bene il senso della protesta e della preoccupazione: non si tratta di rivendicare immunità, ma di impedire che l’impegno civico venga scoraggiato da un quadro percepito come troppo gravoso.

Anche in questa prospettiva, il riferimento al ruolo dei volontari è centrale. La protezione civile funziona perché migliaia di persone scelgono di esserci. Se il sistema normativo e istituzionale non riesce a offrire loro una cornice di garanzia chiara, allora si rischia di incrinare un patrimonio costruito in anni di lavoro, formazione e presenza sul territorio.

Il Friuli Venezia Giulia conosce bene il valore della protezione civile. Lo conosce per la sua storia, per la sua esposizione ai rischi naturali, per la memoria collettiva legata alle emergenze e per la capacità dimostrata nel tempo di reagire con forza, organizzazione e spirito di comunità. Proprio per questo la presa di posizione di Uncem FVG assume un significato che va oltre la cronaca giudiziaria.

La montagna friulana è un laboratorio continuo di fragilità e resilienza. Fragilità perché è esposta a molteplici criticità ambientali e demografiche. Resilienza perché, nonostante tutto, continua a esprimere modelli di partecipazione e solidarietà di grande valore. I volontari di protezione civile rientrano pienamente in questo patrimonio collettivo. Così come vi rientrano i sindaci dei piccoli Comuni, chiamati ogni giorno a tenere insieme bisogni, sicurezza, servizi e sviluppo in contesti spesso difficili.

Quando Uncem avverte che i “rischi ancora più significativi” ricadono proprio sui Comuni montani, non usa un linguaggio astratto. Sta dicendo che i paesi più piccoli e periferici sono spesso quelli che dispongono di meno strumenti per assorbire gli urti, ma anche quelli da cui dipende una parte essenziale dell’equilibrio regionale. Se la montagna si indebolisce, si indebolisce tutta la regione.

Il ragionamento si inserisce dentro un dibattito più ampio sul futuro delle aree interne, sul tema dello spopolamento e sulla necessità di rafforzare i servizi nei territori più delicati. Non è un caso che, negli ultimi mesi, diversi interventi abbiano richiamato la necessità di difendere la vitalità dei piccoli centri, come emerso anche nell’allarme sul commercio nei piccoli comuni del Friuli. In questo scenario, la protezione civile rappresenta uno degli strumenti più concreti per non lasciare indietro le comunità montane.

Uno degli aspetti più sensibili di tutta la vicenda riguarda il modo in cui viene percepito il ruolo dei volontari. Uncem richiama con forza il valore del loro contributo: persone che scelgono di mettere a disposizione il proprio tempo in forma gratuita e volontaria, assumendosi compiti complessi, spesso impegnativi e, in alcuni casi, potenzialmente rischiosi.

Il volontariato di protezione civile non è però improvvisazione. È fatto di preparazione, addestramento, disciplina, coordinamento e spirito di servizio. Proprio per questo, secondo l’associazione, è essenziale che il quadro giuridico sappia riconoscere questa specificità senza trasformarla in un terreno di scoraggiamento. Quando si parla di tutele, infatti, non si sta chiedendo una zona franca. Si chiede piuttosto che l’ordinamento sappia distinguere, graduare, comprendere la complessità dei ruoli e delle situazioni.

La preoccupazione espressa da Buzzi e Bussone nasce anche dalla consapevolezza che la disponibilità a fare volontariato non è infinita. Già oggi molte realtà locali faticano a coinvolgere nuove generazioni, a garantire il ricambio, a mantenere attivi gruppi e presidi. Se a queste difficoltà si aggiunge un clima di paura rispetto alle responsabilità, il rischio di vedere diminuire l’impegno concreto diventa reale.

Eppure, proprio nelle aree montane, i volontari sono spesso il primo volto della risposta pubblica. Intervengono nelle emergenze, supportano la popolazione, presidiano il territorio, collaborano con sindaci e strutture regionali, aiutano nei momenti di difficoltà. Perdere anche solo una parte di questa rete significherebbe esporre i paesi a una vulnerabilità ancora maggiore.

Le parole del presidente nazionale Uncem, Marco Bussone, aggiungono una lettura di sistema alla vicenda. Per lui la vera missione è tutelare l’integrità dell’azione dei sindaci e il percorso che compiono i volontari impegnati nelle associazioni. Il passaggio più forte del suo ragionamento riguarda il concetto di patto tra eletto ed elettore.

Secondo Bussone, la sentenza danneggia in maniera pesante proprio il percorso di garanzia e tutela per i sindaci. Questo significa che il problema non si ferma alla responsabilità individuale di chi amministra, ma tocca il rapporto fiduciario su cui si regge la democrazia locale. Se amministrare un piccolo Comune, soprattutto in montagna, diventa sinonimo di esposizione personale eccessiva, allora il rischio è che venga compromessa la disponibilità stessa dei cittadini a candidarsi e dei territori a trovare guide politiche motivate.

Il presidente nazionale richiama anche la necessità di modifiche normative e di interventi istituzionali efficaci. Il riferimento all’auto responsabilità individuale da introdurre nell’ordinamento giuridico apre un campo di discussione molto ampio, che riguarda la cultura del rischio, la consapevolezza dei volontari, i limiti delle responsabilità oggettive e il modo in cui il diritto può accompagnare l’azione concreta sui territori senza schiacciare chi opera con spirito di servizio.

È un terreno delicato, complesso, ma inevitabile. E Uncem sembra volerlo dire con chiarezza: il tema non può essere confinato alla cronaca di un processo, perché le sue conseguenze rischiano di accompagnare per molto tempo la vita amministrativa dei territori montani.

Preone, in questa fase, diventa così il simbolo di un malessere più ampio. Non soltanto perché la vicenda ha colpito profondamente il territorio, ma perché mette in luce un nodo che molti amministratori locali avvertono da tempo: l’aumento delle responsabilità, la crescita delle aspettative, la scarsità di strumenti e la difficoltà di conciliare la dimensione istituzionale con quella umana.

Nei Comuni di montagna, dove i sindaci sono spesso chiamati a presidiare una pluralità di ambiti con risorse modeste, questo peso è ancora più evidente. La sensazione, rilanciata da Uncem, è che serva un cambio di passo prima che il sistema mostri crepe ancora più profonde. Non si tratta di proteggere qualcuno a prescindere, ma di creare condizioni realistiche e giuste affinché l’amministrazione locale e il volontariato possano continuare a esistere e funzionare.

Anche il mondo della Protezione civile, del soccorso e del presidio ambientale vive già una stagione di sfide molto impegnativa. Dalle attività di monitoraggio ai casi più complessi di emergenza, la presenza sul territorio resta fondamentale. Lo dimostrano anche episodi recenti che hanno richiesto coordinamento e rapidità di intervento, come i controlli e le operazioni della Protezione civile in diversi contesti del Friuli o i numerosi interventi in zone ad alta fragilità.

Tra i messaggi più insistiti contenuti nella presa di posizione di Uncem c’è quello che riguarda i tempi. Le soluzioni devono arrivare in fretta. Buzzi lo sottolinea con chiarezza quando auspica che si trovi una risposta nel più breve tempo possibile. Non è solo una questione di opportunità politica: è una necessità operativa e morale.

Ogni mese che passa senza una riflessione seria e senza una prospettiva di intervento rischia di alimentare incertezza, disorientamento e sfiducia. Per i sindaci, che si trovano a gestire le emergenze quotidiane. Per i coordinatori delle squadre, che devono organizzare uomini e mezzi. Per i volontari, che devono decidere se continuare a investire tempo ed energie in un impegno così delicato. E per le comunità, che devono poter contare su un sistema efficiente e motivato.

Uncem chiede in sostanza che la questione venga affrontata con serietà istituzionale, senza rinvii. Il timore è che, in assenza di un segnale forte, il danno possa diventare strutturale. La montagna non può permetterselo, perché vive già una condizione di equilibrio precario su molti fronti: servizi, popolazione, presidio del territorio, attrattività, continuità amministrativa.

Ecco perché la vicenda di Preone, nella lettura offerta dall’associazione, diventa una sorta di spartiacque. Da una parte c’è il rischio di lasciare che la paura si diffonda e produca ritirate silenziose. Dall’altra c’è la possibilità di trasformare il caso in un’occasione per ripensare, correggere e rafforzare il sistema.

In montagna, più che altrove, le emergenze non si affrontano solo con norme e protocolli. Si affrontano con persone, con relazioni, con conoscenza diretta del territorio. Il presidio umano è fondamentale. Il volontario che conosce il versante, il sindaco che sa dove una strada può cedere, il coordinatore che conosce le criticità della zona, la comunità che risponde e collabora: tutto questo fa la differenza.

Per questo motivo l’allarme lanciato da Uncem tocca un nervo scoperto. Se la pressione giudiziaria o il timore di responsabilità personali finiscono per spingere indietro queste figure, il sistema perde non solo forza operativa, ma anche memoria, competenza diffusa, capacità di reazione immediata. In contesti dove i minuti possono contare e dove la conformazione del territorio complica ogni intervento, si tratta di un patrimonio irrinunciabile.

Il Friuli Venezia Giulia, anche per la propria storia, ha costruito un rapporto molto forte con il tema del soccorso, della prevenzione e del coordinamento locale. Uncem teme che questo patrimonio possa essere toccato in profondità se non si costruisce una cornice più equilibrata. Ed è proprio questo il senso dell’appello: evitare che un’intera cultura del servizio venga indebolita da un contesto percepito come troppo pesante.

La presa di posizione dell’Uncem FVG non sembra destinata a restare isolata. Al contrario, tutto lascia pensare che il tema continuerà a occupare il dibattito istituzionale, amministrativo e politico nelle prossime settimane. La sentenza di Preone ha già prodotto reazioni, interrogativi e prese di posizione. Ora, con l’intervento congiunto del livello regionale e di quello nazionale dell’Uncem, il confronto si allarga ulteriormente.

Il cuore della questione resta sempre lo stesso: come si tutelano insieme la memoria di chi ha perso la vita, il rispetto della giustizia, la sicurezza dei volontari e la sostenibilità dell’azione amministrativa nei piccoli Comuni? È una domanda difficile, ma inevitabile. E proprio perché è difficile richiede una risposta politica all’altezza.

La montagna, in questo momento, chiede di non essere lasciata sola. Chiede che la propria specificità venga compresa e non banalizzata. Chiede che il valore di sindaci, volontari e coordinatori non venga messo in discussione da un sistema che rischia di chiedere molto senza offrire garanzie adeguate. Chiede, in definitiva, di poter continuare a contare su quel capitale umano e civico che rende ancora possibile la vita delle comunità alpine e prealpine.

Riassumendo il senso della posizione espressa da Uncem, emergono tre piani ben distinti ma strettamente collegati. Il primo è la vicinanza al sindaco di Preone e al coordinatore locale di Protezione civile. Il secondo è l’allarme per le conseguenze che la condanna potrebbe generare nei territori montani. Il terzo è la richiesta di riforme, cioè di interventi normativi e istituzionali capaci di ristabilire un equilibrio più giusto tra responsabilità, ruolo pubblico e volontariato.

È una linea che prova a tenere insieme dignità delle istituzioni, rispetto umano e attenzione al futuro. Perché la preoccupazione di Uncem non guarda solo al presente, ma soprattutto a quello che potrà accadere domani: meno candidature nei piccoli Comuni, più timori tra i volontari, maggiore difficoltà nel garantire continuità ai gruppi locali di protezione civile, più fragilità nelle aree montane.

La forza del messaggio sta proprio qui. Non in una contestazione frontale, ma nella volontà di aprire un confronto vero su ciò che significa amministrare e fare volontariato in territori dove il rischio non è teorico, ma quotidiano. E dove, proprio per questo, le istituzioni devono avere la capacità di riconoscere la specificità della montagna.

Anche se il caso nasce a Preone e tocca direttamente la Carnia, la questione coinvolge tutto il Friuli Venezia Giulia. Dai piccoli centri alpini ai paesi delle vallate, fino alle comunità più periferiche e ai territori maggiormente esposti agli eventi naturali, il problema è regionale. In fondo, ogni Comune che si affida al volontariato di protezione civile e alla disponibilità del proprio sindaco a gestire emergenze complesse potrebbe sentirsi chiamato in causa.

Per questo la posizione dell’Uncem FVG appare come un avvertimento rivolto all’intero sistema istituzionale regionale. Non si tratta soltanto di difendere due figure coinvolte in una vicenda dolorosa e delicata, ma di capire se la montagna e i piccoli centri continueranno ad avere, negli anni a venire, persone disponibili a mettersi in gioco con la stessa generosità di oggi.

Il rischio, altrimenti, è quello di una progressiva ritirata del capitale civico che tiene in piedi molte comunità. E sarebbe un impoverimento enorme, non solo per la sicurezza, ma per la tenuta sociale e istituzionale di intere aree del territorio.

Quando un’associazione come Uncem sceglie di esporsi in modo così netto, il significato politico dell’intervento è evidente. Non si tratta di un semplice comunicato di circostanza. È una scelta di campo, un messaggio rivolto alle istituzioni, ai legislatori, agli amministratori locali e all’opinione pubblica. Il contenuto è chiaro: la montagna sente di essere arrivata a un punto di tensione che non può più essere ignorato.

La condanna del sindaco di Preone e del coordinatore locale di Protezione civile, letta da Uncem alla luce delle condizioni in cui operano i piccoli Comuni, diventa il simbolo di un sistema che ha bisogno di essere rivisto. Non per cancellare le responsabilità, ma per ridefinirle in modo compatibile con la realtà concreta dei territori.

Per questo il tema è destinato a restare centrale. Ed è per questo che le parole di Buzzi e Bussone pesano. Perché arrivano da chi conosce da vicino la vita dei territori montani e ne vede ogni giorno le difficoltà, i limiti, ma anche le straordinarie risorse umane.

In definitiva, la battaglia che Uncem FVG decide di combattere al fianco del sindaco di Preone riguarda il futuro stesso della montagna. Un futuro fatto non solo di infrastrutture, investimenti, turismo o servizi, ma anche di presìdi umani, di impegno civico, di responsabilità condivise e di fiducia tra istituzioni e cittadini.

Se viene meno la disponibilità a guidare i Comuni o a fare volontariato nelle emergenze, la montagna perde uno dei suoi pilastri fondamentali. Per questo l’associazione chiede di agire ora, prima che il timore diventi rinuncia e prima che la rinuncia si trasformi in un vuoto difficilissimo da colmare.

La vicenda di Preone, nel dolore che porta con sé e nella sua complessità, viene così trasformata da Uncem in un punto di svolta possibile. Da un lato c’è la sofferenza per un fatto tragico che nessuno dimentica. Dall’altro c’è la necessità di impedire che da quella tragedia derivi un ulteriore danno collettivo: l’indebolimento dei sindaci, del volontariato e della capacità di risposta dei territori montani.

Uncem FVG, con la sua presa di posizione, sceglie dunque di lanciare un messaggio netto: la montagna non può essere lasciata sola davanti a responsabilità sempre più pesanti. Servono garanzie, tutele, interventi rapidi e una riflessione seria sul ruolo di chi amministra e di chi opera gratuitamente per la collettività. Perché nei piccoli Comuni, e ancora di più nei paesi montani, la sicurezza del territorio passa anche dalla serenità con cui sindaci e volontari possono continuare a svolgere il proprio compito.

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