Le praterie come serbatoi di carbonio: una nuova valutazione globale ne raddoppia la quantità immagazzinata

Studio internazionale con l’Università di Udine rivela 155 miliardi di tonnellate di carbonio nei primi 30 cm di suolo e aggiorna la mappa mondiale delle praterie

24 aprile 2026 08:06
Le praterie come serbatoi di carbonio: una nuova valutazione globale ne raddoppia la quantità immagazzinata -
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UDINE – Le praterie assumono un ruolo centrale nel dibattito sulla lotta ai cambiamenti climatici grazie a un nuovo studio internazionale pubblicato su “Nature Ecology & Evolution”, cui ha partecipato anche l’Università di Udine. La ricerca ridisegna la percezione riguardo al contributo di questi ecosistemi come importanti serbatoi di carbonio nel suolo.

Secondo i risultati emersi, il carbonio immagazzinato nei primi 30 centimetri di suolo delle praterie supera le 155 miliardi di tonnellate, quasi il doppio rispetto alle stime precedenti, fissate a circa 92 miliardi. Questo incremento evidenzia come le praterie naturali siano tra i maggiori depositi di carbonio del pianeta, un elemento spesso sottovalutato nei modelli climatici attuali e negli interventi di mitigazione.

Un’ampia collaborazione scientifica

Lo studio è il frutto del lavoro congiunto di oltre 150 ricercatori provenienti da università e istituti di ricerca di 60 diverse nazioni su sei continenti, coordinati dalla University of Guelph, in Ontario, Canada. L’Università di Udine è stata rappresentata dal Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali, con un gruppo guidato dal botanico Francesco Boscutti.

"Il ruolo climatico delle praterie naturali è molto più rilevante di quanto si credesse finora", spiega Boscutti. L’aumento stimato della quantità di carbonio immagazzinata nel suolo modifica infatti la valutazione complessiva del loro impatto sulla regolazione del clima globale.

Ricalibrazione della distribuzione delle praterie

Oltre a rivedere i quantitativi di carbonio, la ricerca aggiorna anche la mappatura globale delle praterie, individuandone una copertura pari al 22,8% delle terre emerse, con una superficie complessiva superiore a 30 milioni di chilometri quadrati. Questo rappresenta un valore significativamente diverso dalle precedenti stime, che in alcuni casi indicavano una copertura superiore al 40%.

Una corretta rappresentazione geografica è fondamentale non solo per ragioni statistiche: mappe imprecise possono infatti condurre a errori nelle politiche ambientali e climatiche, influenzando negativamente modelli previsionali, strategie di gestione del territorio e programmi di conservazione.

La situazione nelle praterie del Friuli Venezia Giulia

Nella regione Friuli Venezia Giulia le praterie coprono circa il 7% del territorio, con una superficie stimata intorno ai 540 chilometri quadrati. Tra le aree significative segnalate figurano i magredi del Meduna e del Cellina, oltre alle praterie alpine situate oltre la linea degli alberi.

Il contesto locale è caratterizzato però da una progressiva diminuzione delle superfici prative: in pianura, a causa della conversione ad uso agricolo o urbano, e in montagna, per l’abbandono delle attività zootecniche tradizionali. «Sia l’eccessiva pressione antropica che, in modo paradossale, la cessazione delle pratiche agricole tradizionali in montagna, generano squilibri che necessitano interventi mirati», sottolinea Boscutti.

Conservare il prato naturale più che riforestare

Un altro aspetto centrale del lavoro riguarda le strategie di mitigazione climatica. Contrariamente a quanto si pensa comunemente, la riforestazione non è sempre la soluzione ideale: convertire praterie naturali in boschi può ridurre la biodiversità e disturbare equilibri ecologici stabiliti, senza garantire un miglioramento climatico proporzionato. Gli autori indicano quindi nella tutela e nella gestione sostenibile delle praterie esistenti una via efficace e spesso trascurata.

L’importanza dell’integrazione tra tecnologia e conoscenza sul campo

La ricerca si fonda su una nuova analisi critica delle mappe satellitari esistenti per la classificazione degli ecosistemi terrestri, integrata da controlli diretti effettuati sul territorio grazie alla collaborazione internazionale di molti scienziati con conoscenze locali. Questo approccio ha permesso di evidenziare come la mancanza di dati accurati regionali sia una delle principali cause delle inesattezze nelle mappe globali.

In un’epoca in cui molte decisioni ambientali sono basate su modelli automatizzati, lo studio richiama l’attenzione sulla necessità di coniugare strumenti tecnologici e competenze territoriali. Come conclude Boscutti, il contributo dell’Università di Udine è cruciale per migliorare la comprensione del pianeta e guidare scelte climatiche sempre più efficaci.

Questa ricerca evidenzia l’urgenza di rivalutare il ruolo delle praterie nelle politiche ambientali, sottolineando la necessità di strategie più accurate e consapevoli per affrontare la crisi climatica globale.

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