Porcia, il 5 ottobre passa dal ministero il futuro di Electrolux: in Friuli pesano 463 posti
Prima del confronto a Roma, Regione e sindacati si sono visti a Pordenone. Al centro il piano del gruppo e la tenuta della filiera regionale del bianco.
Non c’è soltanto il destino dello stabilimento di Porcia dentro la vertenza Electrolux: in gioco, per il Friuli Venezia Giulia, c’è un pezzo rilevante della manifattura legata agli elettrodomestici. Il prossimo passaggio segnato in agenda è quello del 5 ottobre 2026, quando al ministero delle Imprese e del Made in Italy si discuterà del piano presentato dal gruppo.
Per il territorio friulano il dato più pesante resta quello degli esuberi annunciati nel sito di Porcia: 463. A livello nazionale il totale indicato dall’azienda arriva invece a 1.450, numeri che hanno spinto la Regione a chiedere un confronto non limitato alla gestione dell’emergenza ma orientato a una prospettiva industriale precisa.
Il confronto preparatorio a Pordenone
In vista dell’incontro romano, a Pordenone si è svolta una riunione tra gli assessori regionali Alessia Rosolen e Sergio Emidio Bini, le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici, le segreterie territoriali e regionali e le Rsu dello stabilimento. Al tavolo erano presenti i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Usb, insieme a Confindustria Alto Adriatico.
L’obiettivo del passaggio friulano era raccogliere le richieste dei lavoratori e definire una linea condivisa prima dell’appuntamento nella capitale. Dalla Regione è arrivata l’indicazione di fondo: servono garanzie industriali ritenute solide, capaci di difendere produzione e occupazione in un’area che da anni convive con il peso strategico di Electrolux.
La richiesta alla multinazionale e il nodo della cessione
La posizione espressa da Rosolen e Bini punta a un cambio di passo nel negoziato. Per la Regione, il tavolo ministeriale dovrà dare risposte non solo sul sito pordenonese, ma anche su una linea nazionale per il comparto degli elettrodomestici.
Nel confronto continua a entrare anche l’ipotesi di una vendita dei siti italiani alla società cinese Midea, scenario che resta tra gli elementi più delicati della trattativa. Proprio per questo il passaggio del 5 ottobre viene considerato decisivo, perché chiamato a chiarire quali siano le reali intenzioni industriali del gruppo.
Quanto conta il comparto del bianco in regione
La discussione non riguarda soltanto una singola fabbrica. Durante l’incontro sono stati richiamati i numeri elaborati dal centro studi della Camera di Commercio di Pordenone-Udine, che fotografano il peso regionale della filiera del bianco.
In Friuli Venezia Giulia operano 1.245 aziende collegate a vario titolo alla catena del valore degli elettrodomestici, tra attività produttive, componentistica, assemblaggio, logistica e manutenzione. Gli addetti complessivi sono 12.555. Dentro questo quadro, la produzione di elettrodomestici in senso stretto riguarda 25 imprese e 2.448 lavoratori.
La quota maggiore delle aziende è attiva nella lavorazione meccanica dei metalli, segnale di una rete produttiva diffusa che va ben oltre i cancelli dello stabilimento di Porcia. È anche su questo impatto allargato che la Regione fonda la richiesta di una politica industriale capace di tutelare l’intera filiera.
Le risorse regionali già messe sul tavolo
Accanto alla partita istituzionale, la Regione ha ricordato di aver destinato 8 milioni di euro, con l’ultima manovra di assestamento, a un nuovo strumento pensato proprio per il comparto del bianco. Il relativo bando dovrà essere portato nelle prossime settimane all’esame della Giunta.
L’intenzione dichiarata è sostenere i processi di innovazione e rafforzare un settore ritenuto strategico per l’economia friulana e regionale. In attesa del confronto romano, resta dunque un doppio livello di azione: da una parte la gestione della crisi Electrolux, dall’altra il tentativo di consolidare la rete di imprese che attorno a quella produzione continua a gravitare.
Per Porcia e per il sistema industriale del Friuli il 5 ottobre non sarà quindi un passaggio formale, ma un momento da cui capire se esista davvero una strada per mantenere lavoro e capacità produttiva in uno dei poli simbolo del territorio.