Bullian attacca l’ARLeF: «Lessico improprio e forzature»

Critiche di Bullian al Piano ARLeF 2026-2030 sulla lingua friulana: lessico, scuola e pluralismo al centro del dibattito.

03 marzo 2026 17:10
Bullian attacca l’ARLeF: «Lessico improprio e forzature» -
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UDINE – Il nuovo Piano Generale di Politica Linguistica per la Lingua Friulana 2026–2030, elaborato dall’Agenzia Regionale per la Lingua Friulana, finisce al centro del confronto politico in V Commissione. A sollevare rilievi puntuali è il consigliere regionale Enrico Bullian (Patto per l’Autonomia–Civica FVG), che parla di un documento “corposo” ma contenente forzature terminologiche e impostazioni discutibili.

Il nodo del lessico e delle definizioni

Tra le prime osservazioni, Bullian segnala un aspetto formale ma simbolicamente rilevante: l’ARLeF continuerebbe a utilizzare la dicitura “Friuli-Venezia Giulia” con il trattino, a distanza di 25 anni dalla riforma costituzionale.

Nel merito, le critiche si concentrano su alcune espressioni presenti nel Piano, come il riferimento alla necessità di “contrastare la deriva linguistica in corso” o agli ambiti familiari divenuti “permeabili alle infiltrazioni della lingua dominante”, ossia l’italiano. Secondo il consigliere, si tratta di un lessico eccessivamente enfatico, che rischia di trasformare un fenomeno sociolinguistico in una lettura ideologica.

Altra espressione ritenuta problematica è quella delle “politiche pubbliche di conversione linguistica” rivolte a “neoparlanti friulani potenziali”, definizione che Bullian giudica impegnativa e poco equilibrata.

I numeri dei parlanti e la questione identitaria

Lo stesso Piano registra un calo costante dei parlanti friulano: dai 600.000 stimati nel 2014 ai 440.000 del 2023, nonostante i precedenti piani quinquennali. Nei tre capoluoghi regionali, la percentuale stimata è del 40% a Udine, 23% a Gorizia e 18% a Pordenone.

Un altro passaggio oggetto di rilievo riguarda il dato secondo cui il 16% dei non parlanti nei Comuni friulanofoni – circa 137.000 persone – finirebbe per “condizionare le scelte sui codici linguistici da adottare per la comunicazione istituzionale”. Una formulazione che, secondo Bullian, meriterebbe maggiore cautela.

Nel documento compare inoltre una cartina intitolata “Quanto ci si sente friulani”, con punteggi molto bassi nell’area di Monfalcone e lungo il confine veneto dell’ex provincia di Pordenone, come a Latisana. Il testo cita lo stereotipo secondo cui “è friulano chi parla friulano”, aprendo interrogativi sul significato stesso di appartenenza.

Un tema che si intreccia con la complessità territoriale e culturale della regione, già oggetto di approfondimenti storici e identitari come nel dibattito su identità e rappresentazione del Friuli.

Scuola, lingue internazionali e mercato del lavoro

Nel capitolo dedicato all’istruzione, il Piano evidenzia come nelle scuole superiori molti studenti ritengano più utile apprendere lingue internazionali, quali inglese o tedesco, rispetto al friulano. Un orientamento che Bullian definisce “normale e condivisibile”, anche in ottica di opportunità professionali e apertura globale.

Il consigliere invita a considerare il contesto competitivo in cui i giovani si muovono oggi, sottolineando l’importanza di preparare le nuove generazioni agli scambi comunicativi internazionali.

Imprese e comunicazione bilingue

Tra le proposte del Piano vi sono anche “pratiche diffuse di comunicazione bilingue nelle imprese”. Per Bullian, tuttavia, la priorità delle aziende deve restare quella di stare sul mercato e mantenere competitività, senza carichi ulteriori che possano distogliere dall’obiettivo principale.

Un richiamo che si collega al più ampio tema della crescita e dell’attrattività regionale, come evidenziato anche nelle strategie di sviluppo economico e innovazione digitale discusse in occasione di Fvg Connect 2026.

Il progetto “Anìn” e la rappresentazione dei confini

Bullian richiama infine il progetto “Anìn”, che ha portato nelle scuole primarie materiali didattici e cartografie raffiguranti un Friuli esteso dal Livenza al Timavo, includendo aree come Bisiacaria-Monfalconese e Grado senza ulteriori specificazioni.

Secondo il consigliere, su territori complessi come quelli della Venezia Giulia – storicamente definiti, secondo la Treccani, come le province cedute dall’Austria all’Italia dopo la Prima guerra mondiale – approcci esclusivisti e semplificazioni rischiano di non restituire la ricchezza e la pluralità socio-linguistica del territorio.

Un confronto che si inserisce nel più ampio dibattito sulle politiche culturali regionali e sulla tutela delle minoranze linguistiche, in una regione che fa della sua specialità e del suo mosaico identitario uno degli elementi distintivi.

La discussione sul Piano 2026–2030 è destinata a proseguire nelle prossime settimane, tra richieste di revisione e riflessioni sul futuro della lingua friulana nel contesto contemporaneo.

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