Montasio osservato speciale: l’estate 2026 accelera la crisi dei ghiacciai alpini
Nel report finale di Carovana dei ghiacciai il caso friulano entra tra i segnali più evidenti del peggioramento in quota, tra caldo anomalo, poca neve e cedimenti.
Tra i punti più delicati monitorati quest’estate sulle Alpi c’è anche il Montasio, che per il Friuli Venezia Giulia diventa uno dei simboli più vicini e concreti della trasformazione in corso in alta montagna. Il bilancio 2026 di Carovana dei ghiacciai consegna un quadro severo: temperature molto elevate, neve insufficiente e una fusione che prosegue senza tregua.
Nel dossier finale della campagna promossa da Legambiente, il ghiacciaio del Montasio viene citato accanto ad altri grandi siti alpini per i segnali di instabilità osservati negli ultimi mesi. Proprio qui, alla fine di agosto, è stato registrato il cedimento di una porzione della cavità superiore mentre il monitoraggio era in corso.
Il dato friulano dentro una crisi più ampia
Per chi guarda al territorio regionale, il passaggio più rilevante del rapporto è proprio questo: il Montasio non rappresenta un episodio isolato, ma rientra in una tendenza generale che interessa l’intero arco alpino. I sette ghiacciai seguiti nell’edizione 2026 mostrano infatti un arretramento diffuso, con morene in deformazione e colate detritiche più presenti.
Oltre al sito friulano, la campagna ha osservato Adamello, Grande Motte, Miage, Planpincieux, Forni e il Coolidge superiore sul Monviso. Il quadro emerso è omogeneo e conferma una sofferenza estesa dei corpi glaciali, anche in aree considerate fino a poco tempo fa più resilienti.
Caldo persistente e zero termico sempre più in alto
A pesare è stata soprattutto la lunga fase di temperature anomale. Secondo quanto riportato da Legambiente, lo zero termico si è mantenuto stabilmente fra 4.800 e 5.000 metri, una condizione che ha lasciato i ghiacciai senza quella protezione garantita in passato da nevicate e copertura residua.
Alla scarsità di neve si sono aggiunte la siccità nelle vallate e oltre 70 episodi meteorologici estremi censiti da gennaio a fine agosto nelle regioni alpine. L’effetto combinato, secondo la campagna, è un aumento della velocità di fusione e una maggiore fragilità delle aree di alta quota.
Nemmeno l’avvio di settembre ha portato una vera tregua. Le temperature elevate, accompagnate dalla sesta ondata di calore dell’anno, stanno prolungando la perdita di massa glaciale oltre i tempi tradizionali della stagione estiva.
Crolli, nuovi assetti del paesaggio e segnali visibili
Il cedimento osservato sul Montasio si inserisce in un’estate segnata anche da altri episodi importanti, come quelli rilevati sul Monviso. Per Legambiente questi fenomeni raccontano una montagna che cambia velocemente, con equilibri più instabili e trasformazioni ormai percepibili anche in intervalli molto brevi.
Laddove il ghiaccio si ritira, cambiano infatti anche le superfici esposte, le morfologie e perfino la presenza di vegetazione pioniera. Non è soltanto una questione paesaggistica: la modifica degli ambienti d’alta quota riguarda direttamente la gestione del territorio montano e il modo in cui le comunità si rapportano a esso.
La tappa in Friuli Venezia Giulia nel viaggio della Carovana
La settima edizione di Carovana dei ghiacciai si è svolta tra agosto e inizio settembre, con un percorso costruito da Legambiente insieme a CIPRA ITALIA e con la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana. Dopo l’anteprima sull’Adamello, il viaggio si è sviluppato dal 17 agosto al 3 settembre attraverso diverse aree alpine.
La tappa friulana è andata in scena dal 26 al 29 agosto proprio sul Montasio, inserendo il territorio regionale in un itinerario che ha toccato anche la Vanoise in Francia, il versante italiano del Monte Bianco, il ghiacciaio dei Forni in Lombardia e infine il Monviso in Piemonte.
Nel resoconto finale, il messaggio che arriva anche al Friuli è netto: la deglaciazione non è più una prospettiva lontana o un tema soltanto scientifico, ma un processo già leggibile sul terreno, con effetti evidenti pure sulle montagne della regione.
I dati richiamati dalla campagna aiutano a collocare il fenomeno in una scala ancora più ampia: dalle metà dell’Ottocento al 2015 le Alpi hanno perso circa il 57% della superficie glaciale e il 64% del volume, mentre dopo il 2000 il ritmo di abbassamento delle superfici glaciali è aumentato in modo marcato. Un contesto che rende il caso del Montasio particolarmente significativo anche per comprendere ciò che sta accadendo nelle Alpi orientali.