Gemona, il Friuli dei 50 anni dall’Orcolat davanti alle istituzioni: memoria, autonomia e lezione civile

Nel giorno del cinquantesimo anniversario del sisma del 1976, a Gemona la seduta solenne del Consiglio regionale con Mattarella e Meloni.

06 maggio 2026 22:44
Gemona, il Friuli dei 50 anni dall’Orcolat davanti alle istituzioni: memoria, autonomia e lezione civile -
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Non è stata soltanto una commemorazione. A cinquant’anni dal terremoto del 6 maggio 1976, Gemona del Friuli ha ospitato una giornata dal forte significato pubblico e civile, con il ritorno al centro della scena regionale e nazionale di una ferita che ha cambiato per sempre il volto del Friuli.

Nel cinema teatro Sociale si è riunito il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia in seduta straordinaria, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Con loro anche il governatore Massimiliano Fedriga, il presidente dell’Assemblea legislativa Mauro Bordin, amministratori locali e rappresentanti delle istituzioni.

Il valore della giornata, per un territorio come quello friulano, è andato oltre il ricordo delle quasi mille vittime, dei tremila feriti e dei paesi devastati dall’Orcolat. Il punto centrale emerso dagli interventi è stato il lascito di quella stagione: una ricostruzione che nel tempo è diventata riferimento politico e amministrativo ben oltre i confini regionali.

Gemona torna luogo simbolo della memoria friulana

La scelta di Gemona non è stata solo protocollare. Tra i centri più colpiti dal sisma, il comune resta uno dei luoghi in cui il 1976 continua a essere parte viva della coscienza collettiva. Qui la memoria non riguarda soltanto il crollo di case e chiese, ma anche la capacità di una comunità di restare unita quando tutto sembrava perduto.

Nel corso della seduta, Mauro Bordin ha insistito proprio su questo aspetto: il tempo trascorso non ha cancellato il dolore, ma lo ha trasformato in responsabilità condivisa. Nel suo intervento ha richiamato il valore della ricostruzione non solo materiale, ma anche culturale, sociale ed economica, indicando il terremoto come uno spartiacque nella storia del Friuli.

Tra i frutti più significativi di quella stagione è stata ricordata l’Università degli Studi di Udine, nata come risposta concreta alla necessità di dare futuro al territorio e ai suoi giovani. Un segnale che, nelle parole pronunciate in aula, racconta bene la scelta di non limitarsi a riparare i danni, ma di investire in nuove opportunità.

Il modello nato dai Comuni e dalla vicinanza ai territori

Uno dei passaggi più rilevanti della cerimonia ha riguardato il ruolo assegnato allora ai sindaci e alle amministrazioni comunali. Nella ricostruzione post sisma, la possibilità di decidere vicino alle comunità colpite fu considerata una chiave decisiva. Da quella impostazione prese forma ciò che negli anni è stato identificato come Modello Friuli.

Bordin ha ricordato il contributo dello Stato, delle Forze armate, dei Vigili del fuoco, della Caritas, della Croce rossa, degli alpini, del volontariato e dei Fogolârs friulani nel mondo, che mobilitarono aiuti e risorse dalla diaspora friulana. Nel quadro della ricostruzione ha richiamato anche figure istituzionali come Aldo Moro, Francesco Cossiga, Giuseppe Zamberletti, Mario Rossi, Domenico Spaziante e Antonio Comelli.

Un altro tema affrontato è stato quello della Protezione civile italiana, che proprio dall’esperienza del terremoto friulano ricevette una spinta decisiva verso una struttura più solida e organizzata. Nel discorso del presidente del Consiglio regionale è arrivato anche un riferimento ai recenti fatti di Preone, per sottolineare la necessità di garantire tutele adeguate a sindaci e volontari chiamati a operare nelle emergenze.

Fedriga: dal terremoto una visione per il futuro

Nel suo intervento, Massimiliano Fedriga ha collocato il 1976 non soltanto nella dimensione del ricordo, ma in quella delle scelte politiche che segnarono la rinascita del Friuli. Il governatore ha descritto il Modello Friuli come il risultato di una collaborazione efficace tra Stato, Regione e autonomie locali, costruita attorno a una distribuzione chiara delle responsabilità.

Per il presidente della Regione, Gemona rappresenta ancora oggi il luogo in cui quella lezione si comprende meglio. Ha richiamato la linea che guidò la ricostruzione: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Una gerarchia che puntava a difendere il lavoro, evitare lo spopolamento e consentire alle famiglie di restare nella propria terra.

In questa lettura, la ricostruzione non fu soltanto edilizia. Fu anche una strategia di sviluppo, con attenzione alle attività produttive, alle infrastrutture e alla tenuta sociale delle comunità. Fedriga ha ribadito che l’autonomia speciale del Friuli Venezia Giulia va interpretata come esercizio di responsabilità e non come semplice prerogativa formale.

La visita di Mattarella e il senso di una ricorrenza che parla ancora al Friuli

Al termine della seduta, Sergio Mattarella ha visitato con Fedriga la mostra “Friuli 1976 una gran voglia di vivere – Nel segno del Messaggero Veneto”, allestita a Palazzo Elti in occasione degli 80 anni di fondazione del quotidiano. L’esposizione ripercorre il sisma attraverso documenti, fotografie e testimonianze legate a quei mesi.

La presenza del Capo dello Stato e della presidente del Consiglio ha dato rilievo nazionale a una ricorrenza che per il Friuli resta soprattutto un fatto identitario. Il 6 maggio 1976, alle 21.06, in novantasei secondi la regione entrò in una delle pagine più dure della sua storia. Ma da quella prova nacque anche una forma concreta di solidarietà istituzionale e popolare che ancora oggi viene indicata come esempio.

A mezzo secolo dall’Orcolat, Gemona ha riportato al centro una lezione che in Friuli resta attuale: la memoria non è solo celebrazione del passato, ma criterio con cui leggere il presente, difendere le comunità locali e trasmettere alle nuove generazioni il senso profondo della ricostruzione.

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