Case di comunità, il nodo resta il personale: Celotti rilancia il caso Friuli
Dopo il confronto acceso su Udine e Tarcento, la consigliera regionale del Pd chiede una regia condivisa con medici, infermieri e Comuni.
Più che le insegne nuove, a pesare è la domanda su chi dovrà far vivere davvero questi presidi sul territorio. Nel dibattito regionale sulle Case di comunità, Manuela Celotti torna a mettere l'accento su un punto che riguarda da vicino anche il Friuli: senza il coinvolgimento effettivo dei professionisti sanitari, la riorganizzazione rischia di fermarsi alla cornice.
La consigliera regionale del Pd interviene mentre restano sotto osservazione le situazioni di Udine e Tarcento, diventate il simbolo di una discussione più ampia sulla tenuta della sanità territoriale in Friuli Venezia Giulia. La sua valutazione è netta: aprire spazi o ridefinire servizi non basta se manca un disegno operativo condiviso.
Il punto politico parte dai territori
Secondo Celotti, i segnali arrivati nelle ultime settimane confermano problemi che, a suo dire, erano stati sollevati già da tempo. Le prese di posizione sindacali, nella lettura dell'esponente dem, rafforzerebbero un quadro fatto di dubbi sull'organizzazione concreta delle strutture e sul loro rapporto con chi ogni giorno dovrà garantire l'assistenza.
Il confronto nato attorno ai presidi di Udine e Tarcento viene così letto come un passaggio che supera i singoli casi locali. Per la consigliera, infatti, quelle criticità richiamano una questione più generale: come rendere realmente funzionante la rete di prossimità prevista dalla riforma.
Nel suo intervento, Celotti insiste sul fatto che il cambiamento non può ridursi a una trasformazione formale. Se il personale medico non viene messo nelle condizioni di partecipare alla costruzione del modello, sostiene, diventa difficile immaginare un servizio capace di incidere in modo concreto sulla vita dei cittadini.
Che cosa dovrebbero garantire questi presidi
Nel disegno della sanità territoriale, le Case di comunità dovrebbero rappresentare un riferimento stabile per la presa in carico dei pazienti, la continuità dell'assistenza e il collegamento tra area sanitaria e sociale. A questo si aggiungono accesso più semplice ai servizi e attività diagnostiche di primo livello.
È un assetto che riguarda soprattutto le persone anziane, i pazienti cronici e chi vive condizioni di fragilità, cioè le fasce che più dipendono da una rete vicina e organizzata. Per questo, osserva Celotti, servirebbero gruppi di lavoro stabili e una presenza reale dei medici di medicina generale nella fase di costruzione dei nuovi presidi.
La richiesta di una regia condivisa
Il tema, nella ricostruzione della consigliera Pd, non è soltanto sanitario ma anche di metodo. La riorganizzazione, afferma, avrebbe dovuto essere preparata con un confronto avviato per tempo insieme a medici, infermieri, servizi sociali, Terzo settore e amministrazioni comunali.
Celotti collega le difficoltà emerse a una programmazione ritenuta insufficiente. A suo giudizio, il coinvolgimento dei soggetti chiamati a operare sul territorio sarebbe dovuto partire almeno un anno fa, così da arrivare alla fase attuativa con meno incertezze su funzioni, gestione e rapporti tra i vari servizi.
Sullo sfondo resta il percorso regionale legato alle 23 strutture previste dal Pnrr, dentro cui il Friuli Venezia Giulia sta costruendo la propria rete delle Case di comunità. Ed è proprio su questo passaggio che, secondo l'esponente dem, si gioca la differenza tra una riforma capace di innovare davvero e un intervento percepito solo come riorganizzazione di facciata.
Il timore espresso dalla consigliera è che, senza una progettazione condivisa, i nuovi presidi finiscano per nascere privi di contenuti realmente innovativi. In altre parole, strutture formalmente nuove ma ancora lontane dall'obiettivo di offrire una risposta più vicina, integrata ed efficace ai bisogni del territorio friulano.