Diesel ancora alle stelle: tagli insufficienti, imprese del Nordest sotto pressione

Diesel ancora caro nonostante i tagli: in Fvg crescono i costi per autotrasporto, taxi, Ncc e agenti di commercio.

21 marzo 2026 07:30
Diesel ancora alle stelle: tagli insufficienti, imprese del Nordest sotto pressione -
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Il taglio deciso dal Governo ha alleggerito solo in parte l’impatto dell’ennesima fiammata dei carburanti, ma per molte attività che vivono ogni giorno sulla strada il problema resta pesantissimo. La CGIA riconosce l’utilità delle misure adottate nelle scorse giornate per frenare gli aumenti dei prezzi alla pompa, ma sottolinea che il quadro rimane fortemente critico, soprattutto per chi usa il diesel come leva quotidiana di lavoro e non può ridurre i chilometri percorsi.

L’associazione evidenzia che la riduzione delle accise di 20 centesimi al litro e il credito d’imposta previsto per una parte dei mezzi pesanti non bastano a neutralizzare il rincaro accumulato dall’inizio del 2026. Per gli artigiani mestrini il nodo è semplice: il prezzo del gasolio continua a restare molto più alto rispetto a fine 2025 e questo si traduce in un impatto economico enorme per migliaia di operatori.

Il dato che più fotografa la situazione riguarda il diesel. Secondo l’elaborazione dell’Ufficio studi CGIA, tenendo come riferimento il 31 dicembre 2025, il prezzo medio in modalità self service è passato da 1,635 euro al litro a 1,978 euro, con un aumento del 20,9 per cento, pari a 34 centesimi in più al litro.

Questo significa che per un autocarro con massa inferiore alle 7,5 tonnellate un pieno costa oggi circa 172 euro in più rispetto alla fine dello scorso anno. Se si proietta questa differenza su base annua, il rincaro arriva a toccare un aggravio di circa 12.350 euro per ciascun mezzo. Una cifra che, per molte piccole realtà, rischia di erodere margini già ridotti all’osso.

La CGIA mette in evidenza che non si tratta di un semplice sbalzo congiunturale. Per chi lavora nella distribuzione, nei trasporti e nei servizi mobili, il gasolio è una voce di costo non comprimibile. Non si può scegliere di usare meno il veicolo, non si può sospendere il lavoro, non si può rinviare una consegna o una corsa senza ripercussioni dirette sul fatturato.

Non soffrono solo i camionisti

Il conto del rincaro non verrà pagato solo dai piccoli autotrasportatori. Nella fascia più esposta rientrano anche taxisti, Ncc, bus turistici e agenti di commercio. Si tratta di attività che, per natura, trascorrono gran parte della giornata al volante, macinando centinaia di migliaia di chilometri ogni anno, in tutte le fasce orarie e con qualsiasi condizione meteo.

La CGIA ricorda che questi lavoratori appartengono alla vasta platea dei cosiddetti professionisti della strada, ovvero soggetti che, per poter guidare i propri mezzi di lavoro, devono possedere una specifica abilitazione professionale. A questa categoria l’associazione aggiunge anche gli agenti di commercio, altra componente del lavoro autonomo profondamente esposta al costo dei carburanti.

Dallo scoppio della guerra in Medio Oriente, osserva l’Ufficio studi, sono proprio queste attività a subire più duramente gli effetti del caro energia. Il diesel, pur dopo gli interventi nazionali, dall’inizio del 2026 è salito del 20,9 per cento, mentre la benzina ha registrato un aumento del 3 per cento. Un divario che spiega perché l’allarme sia particolarmente intenso tra chi utilizza veicoli a gasolio.

In parallelo, il tema dei costi energetici si lega anche ad altre dinamiche che stanno ridisegnando il sistema economico del territorio, tra innovazione, consumi e mobilità, come dimostrano anche gli approfondimenti su commercio digitale e nuove tendenze, sull’evoluzione della mobilità smart a Pordenone e sugli effetti del taglio accise alle pompe.

La pressione sui bilanci aziendali non si ferma ai carburanti tradizionali. Un altro elemento segnalato dalla CGIA riguarda l’impennata dei costi per la ricarica elettrica, un tema che interessa in particolare le flotte dedicate all’ultimo miglio, ormai sempre più orientate verso mezzi green.

Negli ultimi venti giorni, il costo per ricaricare un mezzo full electric sarebbe passato da circa 70 euro a quasi 100 euro, segnando un incremento del 43 per cento. Per le imprese che avevano investito nella transizione ecologica contando su un contenimento della spesa energetica, il rincaro rappresenta un colpo durissimo. In altre parole, la tensione sui mercati energetici sta colpendo sia chi utilizza il diesel sia chi si è spostato sull’elettrico.

Questo elemento rende la fase ancora più delicata. Molti operatori hanno già dovuto assorbire l’aumento di altre voci, tra cui personale, assicurazioni, pedaggi e manutenzioni, e ora vedono il carburante e l’energia tornare a essere una delle principali fonti di instabilità dei conti aziendali.

Margini stretti e tariffe bloccate

Per le categorie più esposte il vero problema è l’assenza di margini di manovra. In alcuni casi, come quello degli autotrasportatori o dei bus operator, almeno in teoria esiste la possibilità di aprire un confronto con i committenti per ottenere un aggiornamento dei contratti e compensare parte dei maggiori costi. Ma si tratta spesso di processi lenti, complessi e non sempre praticabili.

Ancora più difficile è la situazione per taxisti e Ncc, che operano con tariffe regolamentate o con margini estremamente ridotti di adeguamento immediato verso il cliente finale. Per queste categorie, il caro carburante si traduce quasi automaticamente in una compressione del reddito.

La CGIA insiste su un punto: le misure nazionali, pur importanti, non possono essere considerate risolutive. Serve infatti una risposta di scala europea, in grado di consentire ai singoli Stati di ridurre in modo più stabile la componente fiscale che grava sui prodotti energetici, senza compromettere gli equilibri dei conti pubblici.

Il nodo strategico del trasporto merci in Fvg

Il caso del Friuli Venezia Giulia è particolarmente significativo. L’Ufficio studi della CGIA ricorda che nella regione circa l’80 per cento delle merci viaggia su gomma. Materie prime, semilavorati e prodotti finiti attraversano ogni giorno strade, hub logistici, piattaforme distributive, porti e aree industriali per arrivare fino al consumatore finale.

Questa struttura rende il comparto dell’autotrasporto un elemento sistemico per l’economia reale. Se il costo del diesel sale troppo, non viene colpita soltanto l’azienda di trasporto, ma si innesca un effetto a catena sull’intera filiera: distribuzione, produzione, commercio e servizi.

Per le imprese del settore, il gasolio pesa mediamente per circa il 30 per cento dei costi operativi. È una quota altissima e difficilmente riducibile, anche perché dipende sia dalle oscillazioni dei prezzi energetici internazionali sia dalla pressione fiscale interna che incide in modo marcato sul prezzo finale alla pompa.

In un quadro caratterizzato da volatilità dei prezzi e da contratti spesso a tariffa fissa, il rischio è quello di una perdita progressiva di sostenibilità economica. E il tema si intreccia con altre dinamiche territoriali che riguardano il sistema produttivo e i collegamenti regionali, come emerge anche nei focus dedicati alla rigenerazione urbana nei piccoli Comuni del Fvg e alla crescita di servizi e infrastrutture connessi alla sostenibilità e all’innovazione.

L’approfondimento della CGIA quantifica anche la platea regionale delle attività più esposte agli aumenti. In Friuli Venezia Giulia le imprese e le attività coinvolte sono almeno 5.375.

Nel dettaglio:

  • 3.784 sono agenti di commercio

  • 1.041 appartengono al comparto dell’autotrasporto e dei servizi di trasloco

  • 519 rientrano tra taxi e Ncc

  • 31 sono bus operator

Il dato mostra chiaramente come il fenomeno non riguardi una nicchia, ma una parte importante del tessuto economico locale. A livello nazionale le regioni con il numero più elevato di attività riconducibili a questi quattro comparti sono la Lombardia con 49.607 unità, il Lazio con 29.357 e il Veneto con 29.105.

Su scala provinciale, in Friuli Venezia Giulia il primato spetta a Udine, che conta 2.319 attività complessive nei quattro settori analizzati. Seguono:

  • Pordenone con 1.653

  • Trieste con 939

  • Gorizia con 463

Il peso di queste attività è significativo anche se osservato in rapporto al totale delle imprese presenti nelle singole province. Da questo punto di vista spicca Pordenone, dove i quattro comparti incidono per il 7,21 per cento sul totale delle sedi d’impresa. Seguono Trieste con il 6,73 per cento, Udine con il 5,62 per cento e Gorizia con il 5,48 per cento.

Guardando al peso complessivo di questi quattro comparti sul totale delle imprese regionali, il Friuli Venezia Giulia si colloca al nono posto nazionale con un’incidenza del 6,21 per cento. Davanti si trovano soprattutto regioni della dorsale adriatica, a conferma di una struttura economica dove il lavoro su strada e la mobilità professionale hanno ancora una rilevanza molto forte.

Al primo posto c’è l’Emilia Romagna con il 7,17 per cento, seguita a brevissima distanza dalle Marche con il 7,15 per cento e dal Veneto con il 7,03 per cento. Il dato del Nordest, nel suo complesso, conferma una concentrazione elevata di attività che dipendono dalla mobilità professionale e quindi dal costo dei carburanti.

I dati sui prezzi: diesel e benzina a confronto

L’elaborazione dell’Ufficio studi CGIA sui dati di Staffetta Quotidiana e del Mimit permette di ricostruire con precisione l’andamento dei prezzi.

Per il diesel self service:

  • 31 dicembre 2025: 1,635 euro/litro

  • 27 febbraio 2026: 1,720 euro/litro

  • 20 marzo 2026: 1,978 euro/litro

La variazione del 20 marzo rispetto al 31 dicembre è pari a +20,9 per cento, ovvero +0,34 euro al litro. Rispetto al 27 febbraio, cioè al giorno precedente l’attacco militare all’Iran, l’aumento arriva al 15 per cento, pari a +0,26 euro al litro.

Per la benzina self service:

  • 31 dicembre 2025: 1,683 euro/litro

  • 27 febbraio 2026: 1,670 euro/litro

  • 20 marzo 2026: 1,734 euro/litro

In questo caso la variazione rispetto al 31 dicembre è del +3 per cento, pari a circa 5 centesimi al litro, mentre rispetto al 27 febbraio la crescita è del +3,8 per cento, ossia 6 centesimi al litro.

Il differenziale tra diesel e benzina conferma che il vero epicentro della tensione riguarda il gasolio, con effetti diretti su tutte le categorie che ne fanno un utilizzo professionale intensivo.

Secondo la CGIA, il tema non può essere affrontato soltanto con strumenti tampone. La riduzione temporanea delle accise e i crediti d’imposta rappresentano un sollievo parziale, ma non agiscono sulle cause profonde del problema. Finché i prezzi dell’energia rimarranno esposti a tensioni geopolitiche e a una fiscalità elevata, imprese e professionisti continueranno a operare in una condizione di forte incertezza.

Per questo l’associazione torna a chiedere un intervento dell’Unione europea, capace di offrire ai governi nazionali spazi di azione più ampi e più stabili sulla tassazione dei prodotti energetici. L’obiettivo è evitare che l’emergenza carburanti si trasformi in un freno permanente alla competitività.

Un allarme che riguarda l’intera economia reale

L’aumento del diesel non è una questione confinata agli addetti ai lavori. Quando il costo di chi trasporta merci, accompagna persone, effettua consegne, visita clienti o collega territori cresce in modo così rapido, l’intera economia reale ne subisce le conseguenze.

Le imprese possono tentare di rinegoziare i contratti, rivedere i listini, comprimere i margini o rinviare investimenti. Ma se la corsa dei prezzi continua, il rischio è che il sistema perda efficienza, redditività e capacità di programmare il futuro.

È questo, in fondo, il messaggio lanciato dalla CGIA: i tagli hanno aiutato, ma il caro diesel resta. E senza una strategia più ampia, capace di muoversi anche a livello europeo, il peso continuerà a scaricarsi su migliaia di lavoratori autonomi e imprese che ogni giorno tengono in movimento il Paese.

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